Bolla del pesco

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Bolla del pesco

Messaggioda bruna » 29/04/2013, 22:21

Quest'anno, forse per le eccessive piogge,
i miei peschi segnano la bolla già alle prime foglie, quale è il rimedio naturale più efficace da applicare ora che la malattia è già in atto?
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bruna
 
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Re: Bolla del pesco

Messaggioda Dhartisatra » 06/05/2013, 11:07

Ciao Bruna, purtroppo quando la malattia della bolla del pesco è già in atto non si può fare più nulla e non c'è rimedio naturale che tenga; al limite, se i sintomi non sono gravi e si ha solo qualche alberello (come è generalmente nel caso di noi autoproduttori per l'autoconsumo), si può provare a fare la “rimonda” asportando una ad una le foglie malate, soprattutto intorno ai frutticini per evitare che la malattia si propaghi anche ad essi; i residui infetti vanno poi BRUCIATI, ed è l'unico caso in cui è giustificato, anzi è d'obbligo, bruciare la sostanza organica infetta senza compostarla altrimenti le ascospore del fungo si propagherebbero di più.

Il fungo parassita che causa la malattia è infatti un ascomicete chiamato “Taphrina deformans”, detto così perché, crescendo nel tessuto intercellulare delle foglie, ne causa la caratteristica deformazione (bollosità) e colorazione, danneggiando la pianta nella funzione fotosintetica.

Questa malattia non uccide la pianta ma di sicuro la indebolisce e se l'attacco è grave ne compromette anche la ripresa vegetativa dell'anno successivo; attacca le foglie, ma anche i frutti in genere ne rimangono affetti tendendo a ingiallire e cascolare fin da piccoli, oppure se riescono ad arrivare a maturazione molti di essi possono deformarsi e marcire. Non tutti i frutti però si ammalano, dato che la malattia non ha carattere vascolare ma si propaga dall'esterno della cuticola della foglia con cui viene a contatto (penetrazione attiva con processo meccanico) invadendo i tessuti intercellulari ed anche perché, con l'incalzare del caldo (oltre i 26 °C) e del secco, il fungo non riesce più a proliferare e si arresta nella crescita e la pianta ricomincia a vegetare emettendo foglie sane o per lo meno, rimangono solo queste ultime, dato che quelle malate cadono al suolo.

La bolla del pesco è favorita dalla primavera piovosa e fredda, esattamente come l'inizio stagione di quest'anno, ma credo che al Nord si facciano normalmente i conti con questa malattia.

Contro la bolla del pesco, dunque, c'è praticamente solo la prevenzione, proprio perché la capacità di proliferazione e di propagazione per gemmazione dei conidi del fungo è altissima, capacità resa possibile in parte perché ci troviamo di fronte ad un particolare fungo detto “dicariotico” (molti funghi hanno questa strana caratteristica biologica) nel senso che possiedono due nuclei aploidi in una stessa cellula, che poi si fondono insieme e che immagino lo rendano molto plastico e variabile geneticamente.

La prevenzione, dicevo, si applica innanzitutto con metodi agronomici e con preparati biologici e/o biodinamici ed è tesa ad abbassare il "potenziale di inoculo", vale a dire la quantità di cellule del fungo, anche sottoforma di micelio, che riesce a svernare in genere nelle anfrattuosità dei rametti, nelle gemme stesse o sulle foglie malate che cadono al suolo: quindi prima regola raccogliere le foglie, compreso rametti e frutti malati e bruciare il tutto; evitare pertanto di interrare il residuo del fogliame malato, di usarlo come pacciame o di compostarlo, perché anche in quest'ultimo caso se le foglie infette non entrano nel centro del cumulo caldo del mucchio di compostaggio per l'igienizzazione, le ascospore del fungo non muoiono e restano vitali.

Gli interventi preventivi e relative irrorazioni coi prodotti naturali e adottati in agricoltura biologica vanno fatti in più fasi durante l'anno fino alla fase di prefioritura di “bocca rossa” (cioé di quando si vede il fiore che sta per schiudersi) evitando di farli in fioritura perché si rischia di danneggiare il fiore o interferire con l'impollinazione.
Diciamo che in pratica si possono ricondurre a 3 i trattamenti da fare, i primi 2 dei quali, in agricoltura biologica, sono a base di poltiglia bordolese al 2% alcalina (200g di solfato di rame + almeno 130 g di calce spenta o comunque quest'ultima in quantità sufficiente fino a rendere leggermente basica la miscela controllando con la cartina al tornasole - in questo video si mostra come preparare la poltiglia bordolese ma all'1 %) che ha un effetto di protezione meno immediata ma più persistente, per cui i due trattamenti andrebbero fatti uno in autunno dopo la caduta delle foglie e l'altro in pieno inverno (gennaio), mentre il terzo trattamento andrebbe fatto a ripresa vegetativa (fase della bocca rossa del fiore) con polisolfuro di calcio e non più col rame perché fitotossico sul pesco durante questa fase di crescita.

Ora però devo fare una precisazione: il rame è un metallo pesante e come tale si accumula nel suolo interferendo sui microrganismi decompositori e lombrichi, ma è dannoso anche per la nostra salute ed è per questi motivi che in Italia se ne è regolamentato l'uso con la circolare n.1 del 4 aprile 2002 in applicazione del Regolamento CE n. 473/2002 del 15 marzo 2002 apportando così modifiche agli allegati I, II e IV del Regolamento n. 2092/91.

Tale circolare ha previsto riduzioni progressive dei quantitativi di rame consentiti in agricoltura biologica, non potendolo eliminare del tutto dal momento che è ancora il rimedio più efficace e a base multifattoriale contro molte patologie fungine e non si è ancora trovato un valido sostituto per le grandi produzioni:

1) per le colture annuali era consentito l’uso del rame, fino al 31 dicembre 2005, entro il limite massimo di 8
kg/ha/anno, e dal 1 gennaio 2006 entro il limite massimo di 6 kg/ha/anno;

2) per le colture perenni è stato adottato, in deroga, un limite d’impiego complessivo che nel quinquennio 23 marzo
2002 - 31 dicembre 2006 di massimo 38 kg/ha/anno, mentre nei quinquenni successivi il limite
massimo consentito è stato determinato come riportato di seguito:

dal 1 gennaio 2003 al 31 dicembre 2007 l’impiego di rame non doveva superare i 36 kg/ha;
dal 1 gennaio 2004 al 31 dicembre 2008 l’impiego di rame non doveva superare i 34 kg/ha;
dal 1 gennaio 2005 al 31 dicembre 2009 l’impiego di rame non doveva superare i 32 kg/ha;
dal 1 gennaio 2006 al 31 dicembre 2010 l’impiego di rame non doveva superare i 30 kg/ha.

Per tutti gli anni successivi l’impiego di rame non può superare il limite di 30 kg/ha ogni 5 anni.

Quest'ultimo quantitativo dei 30 kg/ha ogni 5 anni per viticoltura e arboricoltura è stato praticamente dimezzato in agricoltura biodinamica (vedi disciplinare di produzione Demeter) a 15 kg/ha di rame metallo (che nella poltiglia bordolese è contenuto al 20%), e si cerca di non superare i 3 kg di rame puro per ettaro l'anno su colture annuali; tali riduzioni sono possibili dato che i biodinamici prediligono l'impiego del rame a piccole dosi grazie all'aggiunta di tisane (ortica, salice, equiseto, salvia, ecc.) proprio nella consapevolezza dei suoi effetti tossici per i microrganismi del suolo, la cui salute invece è tenuta da loro in gran conto, mentre addirittura nel giardinaggio e nelle colture estensive il rame è stato del tutto vietato.

Per la prevenzione alla bolla del pesco dunque i biodinamici prevedono metodi alternativi all'uso del rame, che io in parte condivido e che ho riassunto in questo post.

Per quanto mi riguarda credo che per pochi alberi si possa utilizzare, quando l'attacco è lieve, tranquillamente il metodo agronomico di prevenzione sia con l'eliminazione delle foglie e parti infette, sia con la coltura dell'aglio sotto le piante, che con i trattamenti invernali alla “pasta liquida” e quelli all'equiseto suggeriti dai biodinamici; tuttavia credo che si debba prediligere il metodo risolutivo dell'adozione di varietà di pesco resistenti alla bolla (a trovarle però e chi ce le ha ce lo faccia cortesemente sapere) come ad esempio:

Buco incavato
Gaillard
Golden Jubilee
Bella di Roma
Madame Girard


o almeno quelle poco suscettibili come:

Mayflower
Impero
Amsden
Charles Roux
Bonvicini
S. Anna Balducci
Fior di Maggio


Secondo me un esperimento interessante da fare, sarebbe quello di provare ad innestare una varietà di pesco resistente su una suscettibile alla bolla, per vedere quale sarebbe la risposta della pianta: la prova la potrei fare anch'io perché una varietà di pesco suscettibile alla bolla ce l'ho e sarei lieto di ricevere una marza di una varietà resistente da qualche bioscambista. Tante volte la marza della varietà resistente innestata su quella suscettibile alla malattia potrebbe trasferire il carattere di resistenza al resto della pianta, come potrebbe anche accadere il contrario o addirittura non accadere nulla...

Ciao, Domenico.
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Re: Bolla del pesco

Messaggioda Nutless » 05/03/2016, 17:54

Nell'irrorare il polisolfuro di calcio con le temperature minime di 9-10 °C e massime di 14-15, come per esempio quelle sopra la media di questo periodo, non si corre il rischio di fitotossicità alle piante? Conviene aspettare che scendano un pò?
Il negoziante ha insistito a propormi il fosfito di potassio al posto del polisolfuro, dice che è in fase di inserimento nei disciplinari biologici: qualcuno ha esperienza di questa sostanza? E' naturale o di sintesi?
Nutless
 

Re: Bolla del pesco

Messaggioda Dhartisatra » 06/03/2016, 15:17

Nutless ha scritto:Nell'irrorare il polisolfuro di calcio con le temperature minime di 9-10 °C e massime di 14-15, come per esempio quelle sopra la media di questo periodo, non si corre il rischio di fitotossicità alle piante? Conviene aspettare che scendano un pò?


Per evitare fenomeni di fitotossicità il polisolfuro di calcio deve essere impiegato da solo, con temperature inferiori a 30 °C, distanziando di almeno 15 giorni altri eventuali trattamenti con olio minerale (suggerisco di usarlo solo come azione preventiva in prefioritura - fase dei bottoni fiorali - perché se usato successivamente in fioritura potrebbe interferire con l'impollinazione e se usato quando le foglie sono malate è praticamente inutile perché il fungo, che si riproduce agamicamente, ha già preso il sopravvento)

Nutless ha scritto:Il negoziante ha insistito a propormi il fosfito di potassio al posto del polisolfuro, dice che è in fase di inserimento nei disciplinari biologici: qualcuno ha esperienza di questa sostanza? E' naturale o di sintesi?

I fosfiti metallici si impiegano già da lungo tempo come fungicidi organici ad azione sistemica come ad esempio il celebre Monoetilfosfito di alluminio o PhosetYl-Al (nome commerciale "Aliette"), nel caso della vite contro la peronospora, l'escoriosi e il marciume nero dei grappoli, mentre molto meno efficace contro la Phytophthora infestans (marciume radicale) che sviluppa facilmente ceppi resistenti.

Per quanto riguarda la differenza tra il prodotto naturale o di sintesi, come dire... la classificazione diventa difficile quando si tratta di formulati minerali ricavati in laboratorio per reazioni chimiche, seppure con l'uso di sostanze semplici: un fosfito si origina dalla combinazione di un atomo di fosforo combinato con tre atomi di ossigeno “PO3” dove l’acido fosforoso (H3PO3) è neutralizzato con una base, ad esempio l’idrossido di potassio (KOH), da ciui ne deriva un estere (K2HPO3). Il sale dell’acido fosforoso è dunque un fosfito. E comunque non sono certo le piante che mettiamo a macerare, la propoli, la farina di ossa e altro che si adopera normalmente in agricoltura biologica...

Probabilmente c'è l'interesse a voler far rientrare i fosfiti, tra i quali anche quello di potassio, tra i prodotti consentiti in agricoltura biologica quali sostitutori del rame il cui uso è stato dalla legge progressivamente ridotto prima di essere definitivamente bandito.

Il fosfito di potassio esplicherebbe la doppia azione contemporanea di sostanza antifungina e di fertilizzante fogliare.

Per quanto riguarda la prima funzione di "fungitossicità", il meccanismo d'azione sarebbe sia di tipo "diretto" inibendo lo sviluppo del fungo parassita per mezzo dell'acido fosforoso derivante dalla sua trasformazione all'interno della pianta e sia di tipo "indiretto"agendo da induttore di resistenza sistemica e stimolando nella pianta la produzione di sostanze naturali fungitossiche delle "fitoalessine"; ques'ultima azione è favorita dal potere sistemico della sostanza che viene facilmente traslocata nei tessuti della pianta sia in senso acropeto (dal basso verso l'alto) che basipeto (dall'alto verso il basso).

In riferimento invece al potere fertilizzante che avrebbe il fosfito di potassio, "esso è al fatto che la molecola è totalmente idrosolubile e quindi facilmente assorbita dalle piante sia attraverso le radici che le foglie; e mentre i tradizionali fertilizzanti fosfatici (-PO4 da acido fosforico), devono essere applicati in grandi quantità per avere risultati significativi, dato che solo una piccola quantità di fosforo è disponibile per le piante, i fosfiti (-PO3 da acido fosforoso) possiedono invece elevatissime proprietà nutrizionali collateralmente a quelle di protezione delle colture". Questo è quanto si dice in letteratura, ma resta da capire come sia possibile questo potere fertilizzante del fosfito, dal momento che è stato anche accertato che questa molecola viene difficilmente degradata all'interno della pianta e tende ad accumularsi così com'è nei suoi tessuti, con probabili conseguenze tossiche per coloro che dovessero alimentarsi di piante con eventuali alti contenuti residuali... (faccio presente che i tempi di carenza per questa sostanza sono di almeno 40 gg. prima della raccolta del prodotto!).

Ciao Domenico
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