L’idroponica: un metodo di coltivazione da bandire perché antiecologico!

Voglio affrontare un argomento che mi sta molto a cuore e probabilmente ancora poco conosciuto, vale a dire chiarire cos’è e cosa rappresenta dal punto di vista agronomico ed ecologico il metodo di coltivazione in idroponica, tanto in voga ormai in paesi come Germania, Olanda, Canada e Messico; un tipo di coltivazione che viene spesso praticato in un ambiente chiuso chiamato Grow Roomed, con illuminazione artificiale, che permette la creazione delle cosiddette Vertical Farm e che si sta velocemente diffondendo anche in Italia per cui ne sentiremo spesso parlare in futuro.

Idroponico deriva dal greco ὕδωρ (hydor) che significa acqua e πόνος (pónos) che significa lavoro. E’ una tecnica di coltivazione che avviene fuori suolo e che prevede il ricorso ad un substrato inerte solido e ad una soluzione nutritiva circolante (ricca dei sali minerali macro e microelementi) che nutre direttamente le piante alle radici, tenendo costantemente sotto controllo il PH, la luce (molto spesso artificiale), l’umidità e la temperatura.

I vantaggi vantati dai sostenitori della coltivazione idroponica sarebbero:

  • può essere praticata ovunque (anche e soprattutto in quelle zone della Terra in cui non c’è disponibilità di suolo o le cui caratteristiche morfologiche non consentono l’avvio di una coltivazione convenzionale);
  • ha bisogno di una quantità minore di acqua (si parla di circa un decimo di acqua in meno rispetto a quella impiegata nella tecnica tradizionale);
  • ha un basso impatto ambientale (i fertilizzanti vengono utilizzati in maniera mirata, gli antiparassitari impiegati in quantità contenute mentre i diserbanti non vengono minimamente presi in considerazione);
  • produce prodotti uniformi con qualità e caratteristiche costanti (può essere considerato un vantaggio, se si pensa che i prodotti devono essere “piazzati” in mercati che tengono sempre più in considerazione il fattore estetico).

Tra gli svantaggi:

  • può inquinare molto (prevede un elevato uso di energia. Per realizzare e gestire una serra che ospita, al suo interno, strumenti ed attrezzature più o meno sofisticate ed impiega, in molti casi, materiali non riciclabili, le emissioni di CO2 e di gas serra possono raggiungere livelli davvero alti);
  • pericolo di tossicità dei prodotti: i vegetali sono in grado di assorbire e immagazzinare più delle sostanze minerali di cui hanno bisogno per la loro crescita e sviluppo, accumulandole nei loro tessuti; è noto ad esempio che molte specie vengono utilizzate per il disinquinamento dei suoli da metalli pesanti ed altre sostanze inquinanti dannose (fitodepurazione): ortaggi e frutti ottenuti in idroponica, potrebbero così possedere livelli di nitrati, fosfati, e microelementi (soprattutto metalli pesanti) assorbiti accidentalmente in eccesso rispetto alle loro esigenze ad un livello più concentrato, la qual cosa se non comporta alcuna conseguenza sul vegetale, può avere invece effetti cancerogeni e dannosi per la salute umana.
  • produce frutti troppo uniformi, che perdono molta della loro autenticità e che hanno un “basso valore biologico” dal punto di vista nutrizionale e organolettico: il più delle volte sono di bell’aspetto ma insapori ed hanno una consistenza diversa da quelli cresciuti da piante coltivate in terra.
  •  è un metodo di coltivazione antiecologico e non biosostenibile  (chiarirò di seguito il perché).

Si sa che in questo tempo di crisi bisogna risparmiare: i prodotti biologici sono più cari e con l’esigenza di risparmiare molti consumatori probabilmente stanno acquistando già da tempo nei supermercati e consumandoli, senza saperlo, ortaggi e lattughe prodotti in idroponica… In barba a tutte le norme sulla tracciabilità dei prodotti, infatti, oggi ci viene dato di conoscere solo l’origine del prodotto vegetale venduto consistente nel nome della nazione di provenienza, ma capirete che è una informazione inutile e ben poca cosa se poi non si conosce con quale tecnica colturale è stato prodotto quell’alimento vegetale!

Quindi diciamo subito che urge più che mai una normativa che obblighi il produttore ad indicare in etichetta “prodotto in agricoltura idroponica” perché, alla luce anche delle normative vigenti in materia, sarebbe nel diritto sacrosanto del consumatore ricevere questa ulteriore informazione, al di là di quelle che potrebbero essere le eventuali implicazioni o ripercussioni sulla salute nel consumo di questi prodotti, che io definisco semplicemente artificiali e antiecologici.

A mio avviso, è semplicemente assurdo e ridicolo che in pieno tema di ecosostenibilità si permetta poi l’uso di questo metodo di coltivazione e soprattutto che si rifilino i prodotti così ottenuti agli ignari consumatori senza prima aver fornito alcuna informazione sull’etichettatura al momento della vendita! Che ci siano insegnanti negli istituti agrari e universitari talmente irresponsabili ed insensibili da insegnare i metodi idroponici e aeroponici agli studenti, senza spiegare minimamente quali potrebbero essere le conseguenze e le ripercussioni a livello ambientale e di ecosistema se una tale forma di coltivazione dovesse soppiantare completamente le coltivazioni in terra.

Qui non siamo di fronte a qualcosa di opinabile (ma non per me) come lo sono gli OGM sugli eventuali possibili danni all’ambiente e alla salute… Con l’idroponica siamo di fronte ad una certezza, che tutti quelli che hanno un minimo di basi di conoscenza di ecologia, ecosistemi e di buonsenso sono in grado di comprendere.

Cerchiamo di immaginarci solo per un attimo quale potrebbe essere il probabile  apocalittico scenario se la scelta scellerata dell’idroponica in futuro fosse fatta in modo definitiva e massiva e se i terreni, un bel giorno, non venissero più coltivati: non ricevendo più sostanza organica, residui colturali, radici delle piante e acqua di irrigazione, la microflora e la microfauna tellurica, che sono alla base della fertilità microbiologica del suolo, non sarebbero più in grado di nutrirsi agli attuali livelli e si ridurrebbero in modo sostanziale. Per la mancanza di irrigazione solo la flora spontanea sarebbe in grado di sopravvivere, mentre il ciclo dell’acqua subirebbe una profonda variazione con conseguenze disastrose per il clima ed effetti progressivi di sterelizzazione e desertificazione dei suoli, mentre le piante coltivate in idroponica perderebbero irrimediabilmente la loro capacità di nutrirsi autonomamente attraverso la crescita radicale ed il rapporto col substrato terreno e dei microrganismi in esso contenuti.

L’idroponica in definitiva verrebbe a cancellare il complesso equilibrio dinamico dell’interazione pianta-suolo-ecosistema evolutosi in milioni di anni con un solo colpo di spugna e soluzione nutritiva!

Per tranquillizzarvi un po’ sappiate però che anche l’ultima recente versione del regolamento sull’agricoltura biologica (UE) No 2018/84, che abroga il precedente Reg. (CE) n. 834/2007, ha fortunatamente ribadito il divieto del metodo di coltivazione idroponica nell’agricoltura biologica, ma non certo per salvaguardare la salute del consumatore e dell’ecosistema, bensì solo per sottolineare che tecnicamente nelle caratteristiche dell’agricoltura biologica non rientra la possibilità di coltivare fuori suolo su substrati inerti con l’uso di una soluzione nutritiva circolante come si fa in idroponica.  Quindi almeno un punto di forza ed una certezza ce l’abbiamo!

L’idroponica è dunque il frutto della peggiore espressione dell’ignoranza e della presunzione dell’uomo, quando questi ritiene di conoscere esattamente nei dettagli i principi della nutrizione vegetale, dei cicli biologici, tanto da riuscire a somministrare e a dosare alle piante in crescita il giusto quantitativo degli elementi nutritivi minerali e alle diverse fasi fenologiche, per poterne ottenere dei bei frutti colorati e ben formati, ignorando totalmente l’importanza ed il ruolo degli ecosistemi naturali. I prodotti così ottenuti sarebbero al pari delle carni anemiche prodotte in allevamento intensivo, gonfie di ormoni e antibiotici, che possono solo compromettere la salute dei consumatori.

L’idroponica è quindi, dal punto di vista ecologico, una aberrazione esattamente quanto lo sono gli allevamenti intensivi degli animali in batteria nutriti con i mangimi potenziati.

La coltivazione idroponica è un metodo produttivo che non rispetta minimamente il primo principio fondamentale del ciclo naturale: la catena dei processi di degradazione e di conseguente mineralizzazione della sostanza organica. Il rinnovo e la degradazione della sostanza organica sono alla base del potere scambiante (scambio ionico) e della fertilità naturale del suolo; L’idroponica taglia di netto su tutta la catena dei detritivori nel suolo, considerando le piante alla stessa stessa stregua degli animali allevati in batteria, cioè solo prodotti commerciali senza alcuna dignità di esseri viventi ai quali si nega un processo di sviluppo e di crescita naturali, dati dalla libera e costante interazione con la terra e con tutto ciò che rappresenta l’ambiente naturale….ecologico.

E’ facile intuire come l’agricoltura idroponica, così come non può essere considerata un metodo salubre per l’ecosistema naturale, non possa esserlo di conseguenza nemmeno per la salute dell’uomo, essendone quest’ultimo parte integrante. E sarebbe veramente triste vedere persone che in questi giorni hanno manifestato contro i cambiamenti climatici, accogliere poi con favore e con interesse la moderna efficienza” della coltivazione idroponicama ormai a questo mondo tutto è possibile 🙁

Dhartisatra

About Dhartisatra

All'anagrafe Domenico Vitiello, classe 1960, napoletano e fondatore di BIOsCAMBIO. Laureato in Scienze Agrarie, è impegnato per lo sviluppo rurale e l'agricoltura familiare nei paesi tropicali ed è inventore del Metodo delle Bottiglie Semenzaio (S.B.M.) per la produzione di piantine biologiche da trapianto. CONTATTO SKYPE: Dhartisatra

18. Marzo 2019 by Dhartisatra
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