Innesti nei fruttiferi: sarebbe l’ora di ritornare al “franco”

Il fruttifero nato da seme è da preferire, per ragioni ecologiche, alla pianta innestata.

La pianta da frutto, secondo natura, si riproduce da seme ed è una riproduzione sessuale perché il seme che nasce è il risultato di una impollinazione e quindi di una ricombinazione genetica: una variabilità naturale fatta apposta per meglio adeguare i nascituri alle sempre mutevoli condizioni dell’ambiente e di vita.

Ma si sa che i figli possono più o meno assomigliare ai genitori (in questo caso alla pianta madre se è autofertile), come possono somigliare di più al papà o alla mamma, un po’ meno ai nonni o in rari casi ad altri avi di cui nessuno serba più memoria, per la riapparizione di geni e quindi caratteri cosiddetti recessivi, in quanto nascosti, come ad esempio uno strano naso, un colore diverso degli occhi, a volte della pelle: riportato alle piante equivarrebbe ad un seme e/o un frutto di una pianta allofertile, vale a dire di una pianta costretta ad incrociarsi col polline di un’altra pianta simile per riprodursi.

Ovviamente questa è solo una semplificazione giusto per comprendere, a grosse linee, il fenomeno, ma vi assicuro che la riproduzione nei vegetali è mooolto più complessa e sofisticata di quella animale, semplicemente perché i vegetali esistono da molto ma molto più tempo essendosi dovuti adattare ad ambienti in continua trasformazione (da quello acquatico alle terre emerse) e spesso ostili alla vita.

Ora l’uomo potrebbe accontentarsi di quello che nasce naturalmente?! Fukuoka certamente si e anche noi sinergici, probabilmente, ma gli altri e il mercato? No!

Se una pesca è bella, grande e buona e si vende meglio (qui in Toscana si dice: grossa e…co****na!) allora la voglio sempre uguale, motivo per cui la pianta madre non la posso far riprodurre sessualmente per seme perché si incrocierebbe e otterrei una progenie sempre diversa e allora la propago vegetativamente, cioé asessualmente, clonandola mediante talea e i suoi frutti saranno sempre uguali.

Ma il più delle volte, accidenti, cosa succede?! La pianta propagata per talea non mi cresce bene: è piccola, non è adatta al terreno, si ammala, mi dà pochi frutti…e così via.

IDEA: la innesto!

Prendo così una pianta vigorosa capace di sviluppare un grande apparato radicale, magari di un’altra specie però compatibile, la stronco, nel senso che ne eliminano completamente la chioma tagliando il tronco alla base e vi ci innesto un rametto o una gemma della pianta, ovviamente adulta, del mio frutto preferito che mi interessa propagare e, voilà il gioco è fatto! Un esempio tra tutti è l’albicocco innestato sul vigoroso mirabolano.

A questo punto quello che era il limite della mia talea e cioé il fatto che non riuscisse a crescere un grande apparato radicale, bla, bla, bla… è, in un certo senso, superato e la pianta mi crescerà grande, florida e produttiva, anche se poi, il più delle volte, bisogna fare i conti con una leggera variabilità non ereditabile dovuta all’influenza del portainnesto; a volte si preferisce anche il contrario per cui si innestano marze su portainnesti nanizzanti per far crescere di meno una pianta che in natura crescerebbe tanto, magari perché mi torna più comodo raccoglierne i frutti, controllarne la crescita, ecc.

MA!…(perché c’è sempre un ma e un rovescio della medaglia), ma se non fosse per il fatto che  l’innesto, trattandosi comunque di un trapianto tra due piante diverse detti bionti, che per quanto compatibili vengono costretti a vivere insieme, il primo dei due in genere, che è il più forte e resistente, vale a dire il portainnesto selvatico, alla prima opportunità (condizioni di stress della pianta, malattia della chioma, ecc.) mostra la sua intolleranza scalzando letteralmente il secondo bionte (cioé la marza) facendolo seccare e ributtando proprie gemme pollonifere allo scopo di ricrescere da solo!

Ma sia ben chiaro e non me ne vogliano gli agrotecnici innestatori: sto facendo solo un discorso per chiarirne il senso e non per criminalizzare gli innesti, che sono pur sempre (quando necessari) cosa utile, come ad esempio quando si innestano le piante per scongiurarle o risanarle da malattie mortali (vedi il caso della vite europea – vitis vinifera – che era molto attaccata dalla fillossera e che a scuola ci hanno insegnato che innestandola sul piede di alcune specie di vite americana fu risolto il problema, tanto che oggi quasi tutte le viti sono innestate.

Anche se la verità fino in fondo, quella che ovviamente non viene raccontata a scuola, sarebbe un’altra e cioé che in Europa fino al 1800 non esisteva il flagello della fillossera fino a quando cioé non fu importato questo parassita PROPRIO dall’America tramite barbatelle infette e che nel giro di qualche decennio causò la distruzione totale dei nostri vigneti europei; ma caso e fortuna vollero che dall’America stessa (grazie alla prodigiosa natura) giungesse anche la soluzione di alcune specie di vite immune alla fillossera in quanto resistenti e che oggi rappresentano il piede di tutte le nostre care varietà europee innestate!

Quindi dicevo, da buon autoproduttore bio-naturale, e con questo concludo, che non intendo criminalizzare questa pratica degli innesti ma solo la sua SISTEMATICA applicazione e diffusione (è riconducibile alla monocoltura), per cui oggi si vedono in giro praticamente SOLO fruttiferi innestati e sarebbe l’ora di smetterla con questa pratica riprendendo invece a riprodurre i fruttiferi dal seme accontentandosi di quello che madre natura, nei suoi tempi giusti, è disposta a offrirci (che a volte può essere anche un risultato migliore) e tutto questo, se non altro, per far riprendere ai fruttiferi il giusto cammino ecologico dell’evoluzione basato sulla selezione naturale e limitando al necessario indispensabile la pratica delle piante innestate, perché tutto sommato innaturale e artificiosa…in quanto “umana”.

Domenico Vitiello (alias_mimmo).

About Dhartisatra

All'anagrafe Domenico Vitiello, classe 1960, napoletano e fondatore di BIOsCAMBIO. Laureato in Scienze Agrarie, è impegnato per lo sviluppo rurale e l'agricoltura familiare nei paesi tropicali ed è inventore del Metodo delle Bottiglie Semenzaio (S.B.M.) per la produzione di piantine biologiche da trapianto. CONTATTO SKYPE: Dhartisatra

21. Settembre 2012 by Dhartisatra
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