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L’anticopyright del PDA (all rights renounced) alla SMSBiblio di Pisa sabato 22/giugno/2013 ore 17.00

Locandina dell'evento

Locandina dell’evento

IL IA’ JOLIE presenterà presso la SMSBiblio Biblioteca Comunale di Pisa in via S. Michele degli Scalzi alle ore 17,00 del giorno 22 giugno 2013 la manifestazione intitolata “DISTANTI / DIVERSI: per una cultura anticopyright” in occasione della presentazione del primo libro anticopyright FAI DA TE di Rosella Federigi (utente “esuviana” di BIOsCAMBIO) intitolato “D’istanti di versi” (libro di poesie), stampato in casa con una normale stampante a getto d’inchiostro, rilegato a mano e rilasciato nel PDA – Pubblico Dominio Antiscadenza  (all rights renounced). Il libro è gratuitamente scaricabile (come tutte le altre opere degli autori aderenti al progetto PDA) in formato elettronico dal Forum di Anticopyrightpedia mentre in formato cartaceo il testo è ottenibile in prestito esterno presso la rete delle biblioteche della provincia di Pisa Bibliolandia.

Promotore del progetto Anticopyrightpedia è l’artista Domenico Vitiello, fondatore di IL IA’ JOLIE, un gruppo di teatro postmoderno nato a Napoli alla fine degli anni “70, il quale è anche promotore del progetto BIOsCAMBIO (l’amministratore “alias_mimmo” della comunità degli autoproduttori/autocostruttori per l’autosostentamento) basato anch’esso sugli stessi principi dell’anticopyright del PDA .

Durante l’evento del prossimo 22/Giugno altri artisti, sostenitori dell’anticopyright, si affiancheranno a Rosella Federigi presentando ciascuno una propria opera rilasciata in anticopyright nel PDA – Pubblico Dominio Antiscadenza (all rights renounced) che, come dice la stessa parola, è contro l’idea di un Pubblico Dominio, qual è quello previsto dalla legge, fatto solo di opere dai diritti scaduti di autori morti da più di 70 anni.

Il nascente PDA – Pubblico Dominio Antiscadenza, partorito un paio di anni fa nell’ambito di Anarchopedia (l’enciclopedia anarchica online) dopo un’ampia e travagliata discussione,  incarna l’altro volto, ad oggi sconosciuto in quanto ancora inesistente, del Pubblico Dominio basato sulla “rinuncia volontaria ai diritti d’autore”come pratica contro la proprietà intellettuale.

Con la manifestazione del 22/giugno prossimo alla SMSBiblio di Pisa, il pubblico presente in sala, a partire dalle ore 17,00, avrà la possibilità di partecipare all’autoproduzione di un libro collettivo anticopyright di AA. VV.: saranno infatti raccolte e rilegate a mano durante lo svolgersi della manifestazione, le prime cento pagine pervenute, a contenuto libero e che saranno in parte scritte in sala dal pubblico tramite un computer collegato a stampante e in parte pre-inviate online entro il giorno 20/giugno, a pda@anticopyrightpedia.org  e scritte su un modello writer scaricabile qui dal sito Anticopyrightpedia.org. Il libro, che varrà come testimonianza dell’evento, porterà il titolo della manifestazione e sarà consegnato alla SMSBiblio per la lettura al pubblico insieme alle opere anticopyright degli altri artisti partecipanti all’incontro ivi compreso il primo quadro anticopyright “Macchia bianca”dell’artista Gianfranco Tognarelli, icona della manifestazione, opera donata al PDA e che resterà alla SMSBiblio di Pisa in esposizione permanente.

<<Solo dagli artisti poteva rinascere l’anticopyright, così com’era già avvenuto in passato con l’Internazionale Situazionista di Guy Debord e Raoul Vaneigem con la loro formula “tutti i testi pubblicati possono essere liberamente riprodotti, tradotti o modificati senza citare l’origine”, o come l’anticopyright della multi-identità (anonima) dei Luther Blisset, o prima ancora come la rinuncia ai diritti d’autore di L. Tolstoj o delle considerazioni contro il copyright di Pierre Joseph Proudhon nella sua opera “Les majorats littéraires” del  1862.

Anticopyrightpedia e gli artisti aderenti al progetto PDA, ripropongono oggi l’anticopyright attraverso la pratica della “rinuncia volontaria ai diritti d’autore”,come unica autentica forma di evoluzione, o direi meglio di utopia reale, che si concretizza e si risolve, finalmente, nel contesto ben definito e definitivo della libera e gratuita cultura considerata “bene comune” di tutti e da tutti praticabile.

Il copyright è letteralmente il “diritto di copia” ma il diritto cui fa riferimento il copyright è un “diritto legale” ben diverso dal diritto naturale di copia propugnato dall’anticopyright: il diritto legale è invece quel privilegio che scaturisce a sua volta da un “dovere legale” che si esercita come una imposizione ancor prima di essere un’esigenza di carattere naturale dell’individuo.

L’anticopyright è invece il semplice esporsi, il mostrarsi al di là di tutto (quindi anche al di là delle ristrettezze legali della tutela del copyright), così come una esigenza collettiva laddove il copiare e l’imitare sono prerogative di ciascuno, che propositivamente permettono di aggiungere qualcosa di proprio al resto (non a caso la tecnica dell’imitazione è quella pratica naturale e spontanea adottata dai bambini per l’apprendimento), per reinventarsi e scoprirsi in questo modo originali.

Il copyright con le sua difesa del diritto di copia, in ultima analisi ha generato solo “business” e storicamente ha rappresentato il privilegio, a cominciare dai pochi della London Company of Stationers all’epoca dello Statuto di Anna del 1710 fino alle attuali case editrici, di quei pochi cioé che si sono imposti sulla moltitudine con la cultura populista della comunicazione uno a molti fin da quando la stampa, allora di fresca invenzione, fungeva già come una sorta di “televisione” del passato. Oggi, col restyling delle licenze del permesso d’autore del Copyleft e della Creative Commons, il copyright mostra di resistere ancora ai tempi e con la finzione del privilegio esteso a tutti come forma di “diritto legale”, continua a perpetrare e difendere la proprietà intellettuale permettendo tanto alle “major” quanto oserei dire anche alle “minor“ (case editrici cosiddette alternative), di farla da padroni sia sugli squattrinati autori che sui fruitori, ora più che mai che la filosofia dell’economia in scala dell’industria editoriale è arrivata a spadroneggiare finanche nel terziario e nel settore no-profit.

L’anticopyright è invece l’esigenza di vivere a dimensione d’uomo e se è vero come faceva dire da Amleto, il maestro dei drammaturghi: “morire, dormire, sognare forse…”, allora vivere, per noi  tutti, artisti o meno,  “è” sognare, laddove i sogni sono quella esigenza di vivere senza alcuna imposizione, senza alcun limite (ai sogni e al cuore si sa non si comanda) e solo da questa premessa può nascere l’arte e svilupparsi la “vera” cultura: quella vera arte che nasce dalla e come libera cultura e non da quella pseudocultura che ci viene imposta dalla lobby del copyright come “tendenza” solo per soddisfare gli interessi commerciali di alcuni.

Arte e cultura (che sono pertanto legate insieme) vanno considerate insieme “bene comune” al pari dell’acqua, dell’aria, della luce e calore del sole e quindi direi della vita stessa e come tali non possono essere né privatizzate e né regolamentate da leggi, come quella del copyright, per quanto legittime possano apparentemente sembrare. E l’anticopyright della rinuncia ai diritti d’autore sta ad indicare proprio questo: che la produzione intellettuale non può essere condizione di proprietà di alcuno, perché essa, essendo cultura, appartiene all’intera umanità e dato che ci è stato insegnato dalla fisica che “nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma”, per trasformare/si bisogna innanzitutto liberamente e incondizionatamente mostrare/rsi,  consentendo a chiunque di attingere liberamente dagli altri quel potenziale di conoscenza che, rielaborata, genera poi quelle che sono le proprie idee, la propria creatività e la personalità artistico-letteraria.>>(Domenico Vitiello)

PROGRAMMA 

(SMSBiblio di Pisa 22/giugno/2013)

ore 17.00 – Inizio raccolta pagine scritte dal pubblico per libro autoprodotto AA.VV.

ore 17.30 – Presentazione del PDA, del progetto Anticopyrightpedia e degli autori sostenitori a cura del promotore Domenico Vitiello

ore 18.00 – Videoart “Caffè accordato” di IL IA’ JOLIE

ore 18.10 – Presentazione del primo libro autoprodotto anticopyright intitolato “D’istanti di versi” di Rosella Federigi e intervento critico dell’autore Gianni Ruggi

ore 18.25 – Videoart “On the wall” di Serge Hildebrandt

ore 18.30 – “Something around Prince (as copyright simbol)” brano musicale di Luca Leggero

ore 18.45 – “Serendipity” libro d’artista post-digitale del Collettivo Atypo

ore 19.00 – Intervento video-conferenza di Francione, il giudice anticopyright

ore 19.30 – Consegna in biblioteca del primo quadro anticopyright intitolato “Macchia bianca” e rilasciato in PDA dall’artista Gianfranco Tognarelli e del libro AA.VV. “Distanti /diversi: per una cultura anticopyright” redatto dal pubblico, autoprodotto e rilegato a mano durante l’incontro.

PARTECIPA  AL 1° LIBRO  AA.VV.  ANTICOPYRIGHT!

Durante la manifestazione DISTANTI / DIVERSI: per una cultura anticopyright” che si svolgerà il 22/giugno/2013 presso  la SMSBiblio di Pisa sarà anche autoprodotto, in “estemporanea”, il 1° libro anticopyright di AA. VV. con le pagine redatte sia dal pubblico in sala che da quello online.

Il libro, che avrà il titolo della manifestazione e in copertina l’immagine della locandina della manifestazione del 1° quadro anticopyright intitolato ”Macchia bianca” e donato in PDA  dall’artista Gianfranco Tognarelli, sarà rilegato a mano durante l’evento assemblando le prime cento pagine raccolte a tema libero (poesie, racconti, immagini in bianco e nero, saggi, commenti, testi e/o spartiti di canzoni, ecc.). In sala, i coautori simpatizzanti dell’anticopyright, potranno partecipare all’iniziativa dalle ore 17,00 del 22/giugno/2013 alla SMSBiblio di Pisa scrivendo il proprio testo direttamente da una apposita postazione di computer, mentre online si potràinviare un testo di massimo 10 pagine a pda@anticopyrightpedia  entro le ore 9,00 del 20/giugno.

Il testo va scritto sull’apposito modello writer  di impaginazione (adatto alla rilegatura a mano) scaricabile online dal Forum di Anticopyrightpedia alla URL www.anticopyrightpedia.org/forum oppure scaricalo direttamente da QUI

Il libro rappresenta il primo testo cartaceo collettivo autoprodotto e anticopyright rilasciato in PDA – Pubblico Dominio Antiscadenza, laddove ciascun coautore nel  parteciparvi dichiara automaticamente di rinunciare ai diritti d’autore.

Realizzato in un’unica copia originale cartacea, il testo sarà conservato presso la SMSBiblio (biblioteca comunale) di Pisa per la lettura al pubblico, mentre una copia in formato digitale sarà depositata sul Forum Anticopyrightpedia e sarà scaricabile gratuitamente.

PDA – Pubblico Dominio Antiscadenza   All rights renounced

24. maggio 2013 by alias_mimmo
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Benvenuti in BIOsCAMBIO.

BIOsCAMBIO è la nuova comunità anticommerciale degli autoproduttori e autocostruttori per l’autosostentamento dediti al dono-scambio” di semi autoprodotti, nonché materiali di propagazione vegetativa e quant’altro possa tornare utile all’autoproduzione per l’autoconsumo, oltre, naturalmente a idee, proposte e suggerimenti colturali.

Intendo subito chiarire che il DONO-SCAMBIO non va confuso col BARATTO : anche se sembrano due cose apparentemente simili, quest’ultimo (cioé il baratto) è ancora una forma commerciale, sebbene la più arcaica, che tuttavia ricalca gli stereotipi dell’economia consumistica imperante, focalizzandosi, piuttosto che sul “dare”, sull’atto del “ricevere” e dunque sul desiderio di possesso del bene disposti a scambiare e sul suo valore commerciale, mentre il dono-scambio che si pratica in BIOsCAMBIO, come dicevo, è praticamente il contrario del baratto, per essere quella pratica (basata sull’esempio che ci viene offerto dalla stessa madre Natura) che consiste nel “dare gratuitamente e in maniera incondizionata” (e quindi finalizzata più che altro allo spossesso del bene che si dona) e laddove il ricevere è solo la normale conseguenza dell’atto del “dare” quando fatto spontaneamente e solidalmente, senza fini di utilità personale e magari dando più di quanto non si sia interessati a ricevere.

Per questo motivo il sito è all’insegna dell’ anticopyright e nell’iscriversi il nuovo utente accetta esplicitamente di rinunciare ai propri diritti d’autore su tutti i contributi che andrà a pubblicare sia sul Sito web che sul Forum, i quali contributi ricadranno automaticamente nel PDA (Pubblico Dominio Antiscadenza), per cui potranno essere liberamente riprodotti da terzi senza l’obbligo di chiedere l’autorizzazione ai rispettivi autori e nella speranza che ne venga almeno citata la fonte per pura onestà intellettuale.

Nel menù a sinistra vengono elencati solo i titoli degli argomenti che ritengo siano importanti per BIOsCAMBIO, perché Il sito web è work in progress ed ogni iscritto può contribuire a realizzarlo. Registrandosi al sito si diventa infatti collaboratori e si possono pubblicare i propri articoli direttamente, previa “formale conferma” dell’amministratore (formale in quanto la conferma degli articoli redatti dai collaboratori, prima della loro pubblicazione, è una funzione tecnica di wordpress che purtroppo non sono riuscito tecnicamente ad eliminare -:)).

Per poter partecipare agli scambi veri e propri di semi ed altro materiale propagativo (gli scambi degli indirizzi postali vanno fatti in MP – messaggio privato), non basta essere registrati al sito web, ma bisogna anche registrarsi al FORUM .

Domenico Vitiello  (alias_mimmo)

16. dicembre 2011 by alias_mimmo
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AUTO-COSTRUIRSI UNA CASA IN LEGNO E PAGLIA: A VIAREGGIO SI SPIEGA COME

 

VIAREGGIO. Un incontro divulgativo sull’autocostruzione e sulle tecniche costruttive che utilizzano principalmente balle di paglia ed altri materiali naturali come argilla e calce. E’ quello che si terrà il 3 maggio al centro psicosociale di via Zanardelli 193.

 L’ingegner Maria Angela Pucci e Stefano Mattei (rispettivamente presidente e formatore di Edilpaglia) illustreranno le esperienze già in atto in Italia e le tematiche legate alla realizzazione di edifici in auto-costruzione in modo sicuro e legale.

 Entrambi i relatori sono soci fondatori anche di A.R.I.A. Familiare (Associazione Rete Italiana Autocostruzione Familiare), realtà che si occupa specificamente di autocostruzione e si basa su principi etici rivolti alla cura della terra e delle persone in difficoltà per problematiche abitative.

 L’iniziativa è nata all’interno di V2.ZERO, collettore di proposte e progetti destinati alla città di Viareggio e Torre del Lago: qui molte persone e competenze si sono incontrate e hanno iniziato a proporre idee per la riqualificazione della città.

 L’esigenza di affrontare l’attuale crisi economica con uno spirito creativo, ha spinto alcuni di noi ad esplorare il tema della condivisione e della comunità. “Ci siamo appassionati – spiegano gli organizzatori – alla possibilità di auto-costruire un’architettura con materiali naturali che potesse diventare uno spazio di incontro per i cittadini, le associazioni e realizzata, perché no, in un parco pubblico da custodire o in uno spazio urbano da rivitalizzare”.

 “ La nostra riflessione è andata oltre, trovandoci ad indagare nuove soluzioni recuperate al passato, quando il singolo per alcune necessità poteva contare sull’aiuto reciproco della comunità. Ad esempio, specie nelle aree rurali, la costruzione della casa era un evento condiviso con i familiari e i vicini, nel corso del tempo poi questi ricevevano a loro volta l’aiuto necessario per la manutenzione o per una nuova costruzione”.

 “Oggi – spiegano gli organizzatori dell’incontro divulgativo – ci sono sempre più famiglie che hanno poco lavoro e molto tempo a disposizione. Per forza o per scelta lo stile di vita sta cambiando … diventa una possibilità concreta quella di auto-costruire la propria casa o migliorare le prestazioni termiche della vecchia abitazione praticando l’auto-manutenzione. In tutta Italia ci sono già molti esempi di persone o gruppi che intraprendono questo percorso, accompagnato dalla scelta di tecniche costruttive naturali, alla portata di tutti che si prestano all’autocostruzione, al riappropriarsi della creatività, della manualità, delle competenze. Un cantiere condotto in un clima di cooperazione reciproca crea infatti fiducia e senso di comunità”.

 “Partendo da queste riflessioni, dal tema delle buone pratiche ambientali e di resilienza alla crisi si è consolidato il comitato CoMtaminAZIONI che propone questo primo incontro sulle costruzioni in legno e balle di paglia.Verranno illustrate le esperienze già in atto attraverso il racconto di chi sta portando avanti da qualche anno questa sfida, sia in ambito privato che pubblico, in autocostruzione oppure affidandosi a ditte specializzate”

Vantaggi ambientali e prestazioni delle costruzioni in balle di paglia:

  • Semplicità di esecuzione;

  • La paglia è un sottoprodotto della coltivazione dei cereali: non occorre dispendio di energia per produrla;
  • La paglia, come il legno, è una sequestratrice di CO2 e permette di sottrarre anidride carbonica all’atmosfera presentandosi come un materiale sostenibile ed ecologico;
  • Ottimo isolamento termico che è quasi tre volte quello normalmente richiesto per edifici costruiti con materiali convenzionali; la trasmittanza termica è dell’ordine di 0.039-0.045 W/mK (prestazioni adeguate ad un edificio passivo).
  • Ridotti consumi energetici che si traducono in basse emissioni nocive.
  • Gli intonaci in terra cruda e calce che si accompagnano alle murature in paglia le rendono altamente traspiranti evitando formazione di umidità e condensa all’interno dell’edificio;
  • Durabilità: sono tuttora abitate case costruite alla fine del 1800 in Nebraska;
  • Alto potere fonoassorbente;
  • Ottima resistenza al fuoco (R30-90);
  • Le balle possono essere utilizzate come tamponamento in opere a struttura portante in legno. In alcuni casi le balle possono da sole costituire la struttura portante dell’edificio (le murature in balle di paglia compresse hanno capacità di portare carichi relativi ad edifici di 2-3 piani fuori terra);
  • Un edificio in balle di paglia offre un ottimo comportamento sotto l’azione del sisma;

Articolo pubblicato su  http://www.versiliatoday.it 

02. maggio 2013 by alias_mimmo
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E’ in corso un sondaggio dalla UE per il riesame della politica in materia di Agricoltura biologica, ma quello della % di OGM da indicare sull’etichetta è un falso problema!

Il commissario UE all’agricoltura Dacian Ciolos, sembra che abbia molto a cuore l’agricoltura biologica tanto da dichiarare, in occasione del sondaggio online in corso per il “RIESAME DELLA POLITICA DELL’UE IN MATERIA DI AGRICOLTURA BIOLOGICA – LEGISLAZIONE E PIANO D’AZIONE”: ”questo e’ un buon momento per sottolineare il nostro impegno verso i più alti standard per la produzione biologica e di rivedere le nostre regole ove necessario, al fine di vedere come creare le migliori condizioni possibili per favorire lo sviluppo della produzione biologica in Europa”.

 Qualunque cittadino della UE dotato di un collegamento alla rete internet, vi può aderire online, (l’adesione è anonima) dal 15 gennaio al 15 aprile 2013 cliccando QUI

Anche io parteciperò al sondaggio, come mi auguro lo facciano in tanti, ma vi parteciperò con lo spirito di chi è già convinto che non servirà a molto, dato che esso nasconde delle ambiguità sconcertanti, che lasciano supporre, alla fine, che tale sondaggio non vada certo a favore di una agricoltura biologica libera da OGM (OGM free), anzi…

Vuoi sapere perché penso questo? Non ti serve che armarti di un po’ di pazienza e continuare a leggere fino in fondo le mie riflessioni.

Intanto devo purtroppo constatare che se il commissario Dacian Ciolos era in buona fede nel fare la dichiarazione di cui sopra (come mi auguro che fosse), allora evidentemente non ha capito bene come stanno le cose: il vero problema non è quello che per migliorare o garantire l’agricoltura biologica servano regole più restrittive, dato che l’attuale normativa sarebbe già buona così com’è, ma il vero problema semmai è essere dell’idea che possano tranquillamente coesistere un’agricoltura biologica insieme ad un’agricoltura convenzionale, che ammetta (quest’ultima) e anche se solo in minima parte, l’uso degli OGM e ciò anche se le due filiere produttive dovessero essere “tecnicamente” ben distinte tra loro!

Perché dico questo? Ma è semplice: perché l’OGM e il Biologico non solo non sono compatibili tra loro, in quanto non sono indipendenti tra loro, ma sono anche due opposti, dove però il primo (l’OGM) la fa da padrone, escludendo il secondo (il Biologico) e compromettendolo fino a vanificarlo, mentre lo stesso non dicasi per il contrario.

E’ solo una questione di tempo e l’agricoltura biologica, malgrado tutte le regole di questo mondo, finché si praticheranno, parallelamente e contemporaneamente anche le convenzionali coltivazioni con gli OGM, si ritroverà prima o poi contaminata fino al punto tale che sarà pura illusione o anacronistico parlare di “prodotto biologico”.  Anzi, se vogliamo in parte già lo è rispetto ad altri fattori ambientali come l’aria (e quando dico aria mi riferisco anche agli “annessi e connessi” per dirla alla Totò, come ad es. tutti gli inquinanti atmosferici ivi comprese le radiazioni nucleari) e l’acqua, che insieme contaminano costantemente tutte le produzioni agricole e quindi anche quelle biologiche.

Voler credere e  voler far credere che un problema di tale portata sia affrontabile e risolvibile semplicemente revisionando la normativa dell’agricoltura biologica in senso più restrittivo o semplicemente realizzando particolari investimenti e adottando norme sulla coesistenza tra le colture OGM transgeniche e quelle Biologiche (vedi sentenza della Corte di giustizia Ue), seppur in modo limitato e/o controllato, è questo un fatto puramemente demagogico e tipico di certi uomini politici di basso profilo, che dimostrano poca obiettività e lungimiranza.

Per definizione l’agricoltura biologica è:

«… un sistema globale di gestione dell’azienda agricola e di produzione agroalimentare basato sull’interazione tra le migliori pratiche ambientali, un alto livello di biodiversità, la salvaguardia delle risorse naturali, l’applicazione di criteri rigorosi in materia di benessere degli animali e una produzione confacente alle preferenze di taluni consumatori per prodotti ottenuti con sostanze e procedimenti naturali. Il metodo di produzione biologico esplica pertanto una duplice funzione sociale, provvedendo da un lato a un mercato specifico che risponde alla domanda di prodotti biologici dei consumatori e, dall’altro, fornendo beni pubblici che contribuiscono alla tutela dell’ambiente, al benessere degli animali e allo sviluppo rurale»

Non c’è bisogno dunque di una consultazione popolare per sapere che gli OGM vanno contro il biologico e lo si indica anche nella premessa del quesito 4.5 del sondaggio: “Gli organismi geneticamente modificati (OGM) e i prodotti ottenuti da o con essi sono considerati incompatibili con il concetto di produzione biologica. Non possono essere utilizzati nell’agricoltura biologica o nella lavorazione di prodotti biologici.”

Ma allora perchè si è indetta questa consultazione “popolare” tra virgolette (come se poi tutto il popolo fosse solo quello della rete internet), ammettendo una possibilità di revisione e di scelta da parte del consumatore su questo basilare principio?!

Certo mi si replicherà dicendo: “ma per verificare il livello di consapevolezza, sensibilità e conoscenza dei cittadini europei nei confronti della problematica OGM ed alle sue implicazioni rispetto all’agricoltura biologica”.

E’ ovvio che è così, ma è proprio questo il punto!

Si è stati sufficientemente chiari nel formulare i quesiti del sondaggio?!

Perché dall’impostazione delle domande, a mio avviso, si lasciano intendere delle cose inesatte o per lo meno inconsistenti a livello scientifico…e comunque fuorvianti.

E faccio un esempio per tutti.

Nella premessa del questito 4.6 si giustifica la presenza accidentale del limite consentito dello 0,9 % di OGM negli alimenti biologici nell’affermare: “visto che i sistemi biologici non sono isolati dalla catena generale di produzione (coltivazione, raccolta, trasporto, stoccaggio, trasformazione)”; si fa pertanto apparire la contaminazione da OGM nei prodotti biologici come un fatto puramente accidentale, direi anche fisiologico e risolvibile attraverso la semplice separazione e distinzione delle catene produttive tra il prodotto convenzionale e quello biologico, ammesso (e lo si chiarisce pure) che il cittadino sia disposto a farsi carico dei relativi costi… quando noi (ma credo anche il commissario Ciolis e se non lo sa ancora glielo facciamo sapere ora), sappiamo bene che la contaminazione non avviene solo per questo motivo!

 La contaminazione avviene anche e direi soprattutto per cause naturali (e che non so fino a che punto possano definirsi “accidentali” visto che rientra nel normale comportamento della natura stessa) ad opera di pollini di piante OGM che casualmente vanno a depositarsi e a germinare sugli stimmi di piante biologiche fecondandole e trasmettendo genotipicamente alla progenie di queste piante le sequenze del carattere genetico modificato dall’uomo, a prescindere dalla sua espressione o meno.

Questo trasferimento di polline può avvenire per le piante ad impollinazione anemofila con gli spostamenti di aria (vento) e per quelle a impollinazione entomofila per mezzo degli insetti pronubi e si sa bene che sia l’aria che gli insetti vagano liberamente (buon per loro) nell’ecosistema generale, senza previsioni di sorta alcuna e/o soluzioni di continuità, così come avviene anche per l’acqua, per i gas inquinanti, le radiazioni e quant’altro.

Perché dunque nel sondaggio si vuole illudere il cittadino europeo con una tesi, come dicevo precedentemente, incosistente a livello scientifico, che per ovviare e controllare la contaminazione OGM basterebbe semplicemente agire investendo risorse per la separazione delle catene di produzione, quando di certo si sa che né questo e neanche le “appropriate” distanze tra le colture risultano essere metodi sufficienti a scongiurare le contaminazioni?!

La contaminazione biologica tramite polline può avvenire, come si diceva, per le piante ad impollinazione anemofila, anche nel raggio di decine, centinaia di km (se consideriamo le grandi correnti d’aria in alta quota) e per diversi km per le specie a impollinazione entomofila!

Perché dunque queste cose non le si spiegano ai cittadini europei in tema di sondaggio?

Sarà forse che invece di cercare il sistema per migliorare l’agricoltura biologica (come dalla premessa del commissario Ciolos), attraverso il sondaggio non si voglia piuttosto trasmettere questo messaggio precauzionale per abituarci all’idea che il limite massimo di residuo OGM negli alimenti biologici sarà destinato, d’ora in poi, a continui rimaneggiamenti verso l’alto, in previsione delle nuove leggi che consentiranno l’invasione dei prodotti OGM sul mercato e che secondo me, in maniera occulta già avviene visto che il problema è già di mancanza di chiarezza nelle etichettature dei prodotti?!

Spero, nell’affermare ciò, che non mi si accusi di fare il processo all’intenzione o di essere un malpensante, proprio ora che sto cercando di riappacificarmi col mondo, dopo decenni di contrasti, attraverso la pratica Zen: in fondo questo articolo non avrei voluto mai scriverlo, ma sono stato invitato a farlo eppoi qualcosa dentro di me è scattato e mi costringe a parlare… ahimé sono ancora schiavo dell’etica e il mio scopo è solo cercare di fare un po’ di chiarezza e consentire agli altri di partecipare al sondaggio con maggiore spirito di consapevolezza.

Perché, dicevo, gli organizzatori del sondaggio o chi per essi, non spiegano ai cittadini europei come intendano fare per evitare che la contaminazione non si diffonda alle specie affini spontanee e che poi fungeranno da perenne serbatoio OGM?

Perché contestualmente al sondaggio, non si informano prima i cittadini che per OGM (Organismi Geneticamente Modificati) si intendono, indistintamente, sia i cosiddetti “mutanti” (mutazioni indotte) che si ottengono per bombardamento degli organismi con radiazioni ionizzanti ad alta frequenza e/o con l’uso di sostanze chimiche teratogene, sia quelli cosiddetti “cis-genetici” in quanto ottenuti per trasferimento di materiale genetico di origine vegetale nel corredo cromosomico di altrettanti vegetali, sia quelli detti invece “trans-genetici” più efficaci di tutti e di ultima generazione, che si ottengono trasferendo sequenze geniche di animali nel corredo cromosomico dei vegetali?

Ovviamente non sarà un caso che tali distinzioni non si accennino nemmeno nel sondaggio (ecco riemergere il malpensante che è in me) e, sia chiaro, non che le distinzioni servano a dimostrare che esiste un tipo di OGM buono o lecito, tutt’altro, ma non le si fanno semplicemente per non erudire le persone, per non creare “inutili” allarmismi e soprattutto per far si che tutte le tecniche OGM siano considerate alla stessa stregua, normale amministrazione, facendo passare piano piano e sottobanco, sulla pelle di tutti i cittadini ignari, il più abominevole e innaturale di tutte le tecniche OGM che è appunto la “transgenesi” che vede fondere insieme e contro natura, un animale con un vegetale!

Detto per inciso, la mia contrarietà agli OGM di tutti i tre tipi di cui sopra, non è ravvisabile tanto per il probabile (ma diciamo anche accertato) rischio alla salute, ma quanto per un discorso di “etica biologica”: l’uomo sta rendendo una eccezione della natura, qual’è la mutazione, e che di fatto trattasi di un errore di trascrizione nella duplicazione del DNA (che in certi casi rari genera vita e biodiversità, anche se in genere finisce lì e non dà origine a strascichi), dicevo, sta invece rendendo questo fenomeno “naturale quanto raro” della mutazione un fatto “ordinario”, facilmente trasmissibile, a tal punto da riuscire a produrre e selezionare intere popolazioni di nuovi organismi, che attraverso la fissazione di tali caratteri genetici, per mezzo di sofisticate biotecnologie di miglioramento genetico, danno vita, in laboratorio, a cloni e/o a organismi simili a dei cloni e con una base genetica ristretta quale effetto del fissaggio ed accentuazione del grado di “omozigosi” (e quindi di dominanza) degli alleli del carattere genetico mutato trasmesso, la qual cosa contraddice in maniera definitiva e inoppugnabile i più elementari principi della biodiversità e, di conseguenza, dell’agricoltura biologica.

Sarebbe stato ancora più utile ricordare ai cittadini europei che esiste anche il biologico cosiddetto “in conversione”, quello cioé che si pratica su terreni che fino a poco prima erano a coltivazione convenzionale e pertanto avvelenati, pieni di residui tossici, che si pretende di convertirli in biologici in soli 2 anni di tempo, destinando generalmente la vendita di questi prodotti ritenuti “biologici” alla grande distribuzione (quindi suggerisco di controllare bene sulle etichette del marchio biologico che non ci sia scritto “prodotto biologico in conversione” se si vuole  evitare dipagare per biologico qualcosa che molto probabilmente non lo è).

E’ mia convinzione che il biologico non sarà mai veramente tale finchè il consumatore risulterà essere un soggetto diverso dal produttore e che il biologico non progredirà mai fino a quando un produttore dovrà fare i conti coi costi “da sopravvivenza” di produzione o della manodopera, che costringono ad un aumento del prezzo di vendita o a ridurre la manodopera a discapito della qualità, rendendo, di conseguenza il prodotto biologico, un prodotto di nicchia e solo per i più abbienti.

Leggevo per l’appunto dal Bioreport 2011 “l’agricoltura biologica in Italia” rapporto della Rete Rurale Nazionale 2007/2013, la situazione internazionale sul biologico: l’Europa è il 2° produttore biologico al mondo dopo l’Oceania e, in area UE, il biologico rappresenta il 4,7% (8,7 milioni di ettari) della SAU (Superficie Agricola Utile).

Tra i paesi maggiormante produttori al mondo l’Italia occupa il 10° posto con i suoi 1,1 milioni di ettari (ma il dato è stazionario), mentre nella UE viene al secondo posto dopo la Spagna come estensione di superficie destinata al biologico.

Queste sono percentuali, che sebbene in crescita per alcuni paesi europei come l’Austria e la Svezia, sono tuttavia ancora molto basse rispetto all’ammontare della produzione convenzionale e ciò spiegherebbe, in un certo senso, il fatto che la questione agricoltura biologica in UE sia liquidabile attraverso una semplice consultazione online, per altro anonima e comunque non ritenuta degna di un vero e proprio Referendum popolare; tra le altre cose questa consultazione online, di cui sono venuti a conoscenza solo in pochi, per il fatto stesso di essere limitata alla rete internet, non coinvolge di certo i 500 milioni di cittadini europei!

E’ ancora mia convinzione che per abbassare i prezzi del biologico bisognerebbe semmai “revisionare e verificare” i criteri di ecosostenibilità delle produzioni convenzionali e trasferire, progressivamente, risorse da questo comparto a quello del biologico per far arrivare ad offrire i prodotti sul mercato a prezzi più popolari.

E per concludere dico in definitiva che l’autoproduzione ecoresponsabile per l’autoconsumo, personalmente, la vedo come l’unico modo per produrre un biologico a costo quasi zero, dove non esista più differenza tra il produttore ed il consumatore e quindi dove non si può più ingannare nessuno…

L’UE vorrebbe sostenere e farci credere nella leicità, ai sensi di una normativa giusta ed equa, sia delle produzioni agricole con gli OGM quanto di quelle del Biologico nel trattarle alla stessa stregua; ma chi pretende di sostenere questa tesi, portando addiritttura a suffragio delle motivazioni, lasciatemelo dire, è solo o un irresponsabile o un idiota o, nella peggiore delle ipotesi, un ipocrita che agisce, in definitiva, nell’interesse del mercato pilotato dalle grandi multinazionali, mercato che non ha niente a che vedere né con la salvaguardia dell’ambiente e né col famoso e ormai abusato concetto di sostenibilità ambientale (e quindi col biologico).

Io vivrò anche fuori dal mondo con le mie utopie anticommerciali di dono-scambio, di anticopyright con la rinuncia volontaria ai diritti d’autore, di autoproduzione per autoconsumo, ma posso garantire che ormai il mondo degli affari, del libero mercato globale, della garanzia delle leggi e dello sviluppo indefinito è letteralmente fuori di testa!

Per carità, partecipiamo pure al sondaggio, anzi lo dobbiamo fare, per quello che potrà servire e lo farò anch’io, e lo farò così come ci viene propinato dalla UE giusto perché siamo pur sempre dei cittadini europei che devono sottostare alle leggi (magari nei suggerimenti finali a fine sondaggio linkerò questo mio articolo sperando che il commissario Ciolis sia in buona fede e non se ne abbia molto a male), ma non illudiamoci che così facendo avremo fatto la cosa migliore per risolvere il problema: il vero biologico, ammesso che esista ancora, non lo garantirà mai una legge fatta da quel lupo travestito da agnello che si chiama UE e che ha esordito con la politica degli aiuti solo per sostenere e avvalorare fino in fondo i fallimentari principi dello sviluppo indefinito, del PIL, del sistema creditizio delle banche e della globalizzazione di mercato; e il biologico tanto meno lo farà mai un produttore che, solo per sopravvivere, deve sottostare e fare quotidianamente i conti con la logica del mercato della massimizzazione dei profitti a fronte dell’offerta più vantaggiosa!

E dire che noi, vecchi nostalgici, una volta promotori e sostenitori dell’agricoltura biologica, speravamo qualche decennio fa in un metodo produttivo che fosse autentico, sincero e alternativo a quelle pratiche agricole industriali depauperanti e distruttive della società dei consumi; che speravamo fosse uno sprone per il ritorno alla terra e per riconquistare quel giusto rapporto con essa, siamo purtroppo costretti a ricrederci di fronte al business industriale che sta diventando oggi l’agricoltura biologica, la quale progressivamente sta smarrendo, quando non contraddicendo, le nobili intenzioni e lo scopo sociale che si prefiggeva di raggiungere.

L’agricoltura biologica se vista in un contesto di mercato globale dove contano solo i rapporti numerici di forza, il profitto economico, la legalità (si dice “fatta la legge trovato l’inganno”), le  regole di mercato dell’industria, contesto qual’è ad esempio quello del mercato europeo, non ha che da perderci e qualora dovesse anche decollare in queste condizioni, di certo non sarebbe più la nostra “vera” agricoltura biologica: il mercato del puro profitto si sa che trasforma in “merce” (per non dire in “marcio”) tutto quello che tocca!

Allora è solo alla luce di queste considerazioni e dalla consapevolezza di un quadro così assurdo della situazione sociale, economica e politica in cui ci ritroviamo a vivere, che si può comprendere e apprezzare il grande e direi anche unico valore dell’AUTOPRODUZIONE, ma che sia però quella vera, autentica, fatta per l’autoconsumo e per rilanciare i rapporti di solidarietà; quella a costo tendenzialmente zero, realizzata col riciclo dei materiali e non quella autoproduzione che oggi fa trend e va di moda, perfettamente in linea col mercato dei consumi, che in altre parole si chiama “hobbistica”; quella cioé, propagandata da certi soggetti borghesi, che si scoprono improvvisamente col pollice verde e che traggono beneficio nel praticarla solo perché alleggeriscono un po’ il proprio senso di colpa rispetto alla loro renitenza nel voler, a tutti i costi, continuare a perseguire uno stile sbagliato di vita e magari la utilizzano come nuova opportunità di lavoro per incrementare gli affari della propria “crescita infelice”.

Domenico Vitiello (alias_mimmo)

04. febbraio 2013 by alias_mimmo
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Talee di Stevia rebaudiana come “germogli radicati”

(Documentazione fotografica a fine articolo).

Ricordo ancora con piacere quando, l’estate scorsa, in un dono-scambio fatto “al volo”, nei pochi minuti che precedevano l’inizio di un “Corso di Spagiria” a Viareggio, ricevetti da Francesca tre piccole piantine di stevia e alcuni rami secchi con sopra i fiori dai quali estrarne i semi da usare per la riproduzione.

Grazie ancora Francesca del prezioso dono-scambio ;)

Ricordo anche bene che in quella stessa occasione Francesca ebbe a riferirmi delle sue difficoltà riscontrate nel tentativo di propagare la stevia vegetativamente per talea, consigliandomi vivamente di riprodurla per seme.

Non me l’avesse mai detto, che subito il mio carattere di “appassionato autoproduttore”, stimolato da queste parole e dalle difficoltà riferitemi, ha preso il solito sopravvento suggerendomi di mettermi all’opera alla ricerca del modo più semplice ed efficace per produrre talee di stevia!

Ed eccomi ora coi risultati della mia ricerca.

Consapevole del fallimento per il tentativo di taleaggio di Francesca, probabilmente realizzato tramite taglio e interramento di rametti verdi (talee erbacee), ho sùbito deciso di adottare un sistema diverso per realizzare le talee e precisamente ho applicato il cosiddetto metodo della margotta di ceppaia che si usa in genere per produrre talee dai fruttiferi.

In pratica si esegue una rincalzatura progressiva di terreno alla base della pianta, allo scopo di stimolare l’emissione di radici avventizie sempre in corrispondenza della base interrata dei rametti stessi.

Con tale metodo ho potuto scoprire, con mia grande soddisfazione, che la stevia ha un alto potere di ricaccio di nuovi germogli dalla base!

Diversi mesi dopo la rincalzatura, la pianta era regolarmente cresciuta e fiorita durante tutta l’estate; ho così provveduto a fine ottobre, a scalzare piano piano la terra con getti di acqua, scoprendo i delicati germogli radicati che ho prelevato dalla pianta a gruppetti per mezzo di un trincetto e trapiantati in altrettanti vasetti.

Naturalmente questa operazione di prelievo e trapianto andrebbe fatta a inizio primavera che è senza dubbio il momento più propizio per questa pianta dato che sviluppando subito dei germogli fogliari e iniziando da subito a fotosintetizzare, le talee radicate riescono a fronteggiare meglio lo stress da trapianto: in tal modo avrei potuto separare singolarmente questi germogli e realizzare tante talee in più.

Ho voluto invece realizzare le talee ora in autunno per testare anche la loro resistenza in serra fredda, una volta messe in piccoli vasi, sapendo bene il rischio che corro.

I tre rametti principali della pianta, già ben radicati, ho provveduto semplicemente a separarli tra loro sempre col trincetto, a ridurne in ciascuno la lunghezza lasciandovi diversi “occhi” (gemme quiescenti) e a trapiantarli in vasi di media capienza.

Ora il tutto è in serra fredda in attesa della primavera e dei prossimi mercatini di BIOsCAMBIO, ma, per chi fosse interessato, può già cominciare a prenotarsi la propria piantina…sempreché riescano a superare l’inverno :)

Pianta di stevia con rincalzatura (margotta di ceppaia)

Pianta di stevia ripresa interamente

Pianta di stevia dopo aver tolto la rincalzatura tramite getto di acqua

Pianta di stevia senza la rincalzatura (dettaglio)

Germogli di stevia radicati

Prelevamento dei germogli radicati

 

Gruppetto di germogli radicati

Germogli singoli radicati

Foto di tutti i gruppi di germogli radicati prelevati dalla pianta madre

Trapianto germogli: preparazione fondo del vaso (drenaggio)

Primo strato di terriccio

Adagiamento del gruppetto di germogli radicati

Copertura dei germogli con terriccio

Leggero compattamento del terriccio

Preparazione del fondo dei vasetti con foglie secche (drenaggio)

Deposizione sul terriccio dei germogli radicati di stevia

Germogli radicati in dettaglio

Copertura finale dei germogli radicati con terriccio

Separazione (taglio radici) dei rametti principali della pianta di stevia

Prelevamento per trapianto dei rametti principali

Prelevamento per trapianto dei rametti principali (dettaglio)

Solita preparazione del fondo del vaso

Inserimento piantina

Potatura di buona parte del rametto per favorire la crescita radicale, lasciando qualche gemma

Rametto radicato a fine trapianto

Foto di gruppo delle tre nuove piantine di stevia, 2 delle quali in attesa di dono-scambio (la terza la tengo io per le prossime talee) insieme aille altre dei germogli radicati :)

 

Domenico Vitiello (alias_mimmo).

 

 

28. novembre 2012 by alias_mimmo
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OFF-GRID ACADEMY: “fuori dalle reti” ma come e per chi?!

Logo della nascente Off Grid Academy

Logo della nascente Off Grid Academy

Leggo dal sito Greenme.it che all’ Isola di Capraia dal 19 al 21 ottobre la nascente OFF-GRID ACADEMY, presenterà un nuovo sistema di case e comunità indipendenti, definiti sistemi a isola,  in grado di far vivere comodamente senza bollette e senza costi per l’ambiente, sfruttando semplicemente il sole, il vento, la pioggia e le tecnologie avanzate, come lo stoccaggio energetico nella molecola dell’idrogeno: un laboratorio permanente (che dichiarano aperto a tutti) per lo studio di processi che permettono di riprogettare ex novo una casa isolata, ripensando totalmente la filiera alimentare, la mobilità, i processi decisionali e partecipativi, e perfino nuovi mezzi di scambio.

Sempre daI medesimo sito si legge che il progetto è sostenuto dalla Cooperativa La Fabbrica Del Sole, Exergy srl, La FDS srl e La Fabbrica del Sole-ONLUS con la supervisione scientifica dell’Università di Siena e di Firenze, gli stessi soggetti che hanno progettato la realizzazione della prima cantina energeticamente autonoma di Montepulciano ed il progetto è stato patrocinato dal Ministero dell’Ambiente, dal Parco dell’Arcipelago Toscano e dal Comune di Capraia ed è stato presentato a Roma dal Ministro dell’Ambiente Corrado Clini.

Ma mi chiedo questo progetto a chi sia indirizzato, visto che per realizzare questi sistemi in una casa indipendente, di nuova costruzione, costa almeno (a detta degli organizzatori) un 30% in più del normale investimento e visto che, oggi come oggi, acquistare una normale casa nuova, per molti è già impresa impossibile…

Il concetto di sistema ad isola dell’Off-Grid per l’ottenimento dell’autosufficienza in nuove costruzioni o meno, ha valore solo se si pone come critica e alternativa all’attuale modello socio-economico basato sull’efferato consumismo: ci vuole poco a capire che produrre energia fotovoltaica per il proprio fabbisogno (per poi anche “regalare” l’eccedenza all’ENEL come è già avvenuto con i vari Conti Energia), senza aver dapprima sviluppato una autentica cultura sul RISPARMIO in generale ed energetico in particolare, non ha alcun senso e non cambia lo stato attuale delle cose.

Ben vengano perciò le comunità in grado di attuare l’Off Grid, in forme autogestite, avendone consapevolezza e capacità economica, sempre ammesso che in ciò non vi sia alcuna contraddizione…

Tuttavia vorrei sottolineare il fatto che esiste ormai un’intera generazione di individui (me compreso) che ha scelto di non misurarsi più con le contraddizioni della nostra società e di menare uno stile di vita a bassissimi consumi, a limitatissimo reddito, praticando l’autoproduzione e l’autocostruzione per l’autosostentamento.

Per queste persone già “Off Grid dal normale contesto economico”, i massimi valori dell’autoproduzione per l’autoconsumo e l’autocostruzione, sono ritenuti, insieme, l’unica vera, efficace e consapevole alternativa all’attuale modello socio-politico-economico.

Purtroppo (anche se sarebbe meglio dire “per fortuna”) queste persone saranno tagliate fuori dall’utilizzo e dall’acquisto di qualsivoglia soluzione commerciale sull’energia rinnovabile che non sia un semplice FAI DA TE nel senso di autocostruito.

Auspico quindi che gli incontri di Capraia siano indirizzati, oltre che nell’interesse commerciale anche in tal senso, di cui, noi di BIOsCAMBIO, in quanto comunità degli autoproduttori/costruttori per l’autosostentamento, ce ne siamo già fatti promotori e per il quale saremmo disposti ad offrire, nel limite delle nostre possibilità, la nostra collaborazione.

Ho detto “nel limite delle nostre possibilità”, perché già la scelta di Capraia per realizzare questi incontri, sebbene strategica per tutta una serie di ragioni che indicano gli organizzatori, risulta per noi essere improvvida perché ci impedisce letteralmente, per ovvi motivi di spese, di potervi partecipare (o almeno parlo personalmente).

E per finire desidero chiarire che tutto quello che dico in questo articolo lo dico senza alcuna vena di polemica (detesto la sterile polemica, purtroppo di uso corrente oggi in politica, di chi specula sui fallimenti degli altri e non ha mai provato a mettersi in gioco e a fare da sè),  ma forse solo con un po’ di rammarico, sia perché non voglio porre limiti alla provvidenza e soprattutto perché credo fermamente nelle utopie e in tutti coloro che sono mossi da buone intenzioni…

Perciò auguro davvero agli organizzatori una buona e riuscita manifestazione!

Domenico Vitiello (alias_mimmo)

17. ottobre 2012 by alias_mimmo
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Innesti nei fruttiferi: sarebbe l’ora di ritornare al “franco”

Il fruttifero nato da seme è da preferire, per ragioni ecologiche, alla pianta innestata.

La pianta da frutto, secondo natura, si riproduce da seme ed è una riproduzione sessuale perché il seme che nasce è il risultato di una impollinazione e quindi di una ricombinazione genetica: una variabilità naturale fatta apposta per meglio adeguare i nascituri alle sempre mutevoli condizioni dell’ambiente e di vita.

Ma si sa che i figli possono più o meno assomigliare ai genitori (in questo caso alla pianta madre se è autofertile), come possono somigliare di più al papà o alla mamma, un po’ meno ai nonni o in rari casi ad altri avi di cui nessuno serba più memoria, per la riapparizione di geni e quindi caratteri cosiddetti recessivi, in quanto nascosti, come ad esempio uno strano naso, un colore diverso degli occhi, a volte della pelle: riportato alle piante equivarrebbe ad un seme e/o un frutto di una pianta allofertile, vale a dire di una pianta costretta ad incrociarsi col polline di un’altra pianta simile per riprodursi.

Ovviamente questa è solo una semplificazione giusto per comprendere, a grosse linee, il fenomeno, ma vi assicuro che la riproduzione nei vegetali è mooolto più complessa e sofisticata di quella animale, semplicemente perché i vegetali esistono da molto ma molto più tempo essendosi dovuti adattare ad ambienti in continua trasformazione (da quello acquatico alle terre emerse) e spesso ostili alla vita.

Ora l’uomo potrebbe accontentarsi di quello che nasce naturalmente?! Fukuoka certamente si e anche noi sinergici, probabilmente, ma gli altri e il mercato? No!

Se una pesca è bella, grande e buona e si vende meglio (qui in Toscana si dice: grossa e…co****na!) allora la voglio sempre uguale, motivo per cui la pianta madre non la posso far riprodurre sessualmente per seme perché si incrocierebbe e otterrei una progenie sempre diversa e allora la propago vegetativamente, cioé asessualmente, clonandola mediante talea e i suoi frutti saranno sempre uguali.

Ma il più delle volte, accidenti, cosa succede?! La pianta propagata per talea non mi cresce bene: è piccola, non è adatta al terreno, si ammala, mi dà pochi frutti…e così via.

IDEA: la innesto!

Prendo così una pianta vigorosa capace di sviluppare un grande apparato radicale, magari di un’altra specie però compatibile, la stronco, nel senso che ne eliminano completamente la chioma tagliando il tronco alla base e vi ci innesto un rametto o una gemma della pianta, ovviamente adulta, del mio frutto preferito che mi interessa propagare e, voilà il gioco è fatto! Un esempio tra tutti è l’albicocco innestato sul vigoroso mirabolano.

A questo punto quello che era il limite della mia talea e cioé il fatto che non riuscisse a crescere un grande apparato radicale, bla, bla, bla… è, in un certo senso, superato e la pianta mi crescerà grande, florida e produttiva, anche se poi, il più delle volte, bisogna fare i conti con una leggera variabilità non ereditabile dovuta all’influenza del portainnesto; a volte si preferisce anche il contrario per cui si innestano marze su portainnesti nanizzanti per far crescere di meno una pianta che in natura crescerebbe tanto, magari perché mi torna più comodo raccoglierne i frutti, controllarne la crescita, ecc.

MA!…(perché c’è sempre un ma e un rovescio della medaglia), ma se non fosse per il fatto che  l’innesto, trattandosi comunque di un trapianto tra due piante diverse detti bionti, che per quanto compatibili vengono costretti a vivere insieme, il primo dei due in genere, che è il più forte e resistente, vale a dire il portainnesto selvatico, alla prima opportunità (condizioni di stress della pianta, malattia della chioma, ecc.) mostra la sua intolleranza scalzando letteralmente il secondo bionte (cioé la marza) facendolo seccare e ributtando proprie gemme pollonifere allo scopo di ricrescere da solo!

Ma sia ben chiaro e non me ne vogliano gli agrotecnici innestatori: sto facendo solo un discorso per chiarirne il senso e non per criminalizzare gli innesti, che sono pur sempre (quando necessari) cosa utile, come ad esempio quando si innestano le piante per scongiurarle o risanarle da malattie mortali (vedi il caso della vite europea – vitis vinifera – che era molto attaccata dalla fillossera e che a scuola ci hanno insegnato che innestandola sul piede di alcune specie di vite americana fu risolto il problema, tanto che oggi quasi tutte le viti sono innestate.

Anche se la verità fino in fondo, quella che ovviamente non viene raccontata a scuola, sarebbe un’altra e cioé che in Europa fino al 1800 non esisteva il flagello della fillossera fino a quando cioé non fu importato questo parassita PROPRIO dall’America tramite barbatelle infette e che nel giro di qualche decennio causò la distruzione totale dei nostri vigneti europei; ma caso e fortuna vollero che dall’America stessa (grazie alla prodigiosa natura) giungesse anche la soluzione di alcune specie di vite immune alla fillossera in quanto resistenti e che oggi rappresentano il piede di tutte le nostre care varietà europee innestate!

Quindi dicevo, da buon autoproduttore bio-naturale, e con questo concludo, che non intendo criminalizzare questa pratica degli innesti ma solo la sua SISTEMATICA applicazione e diffusione (è riconducibile alla monocoltura), per cui oggi si vedono in giro praticamente SOLO fruttiferi innestati e sarebbe l’ora di smetterla con questa pratica riprendendo invece a riprodurre i fruttiferi dal seme accontentandosi di quello che madre natura, nei suoi tempi giusti, è disposta a offrirci (che a volte può essere anche un risultato migliore) e tutto questo, se non altro, per far riprendere ai fruttiferi il giusto cammino ecologico dell’evoluzione basato sulla selezione naturale e limitando al necessario indispensabile la pratica delle piante innestate, perché tutto sommato innaturale e artificiosa…in quanto “umana”.

Domenico Vitiello (alias_mimmo).

21. settembre 2012 by alias_mimmo
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“Guida pratica BIOsCAMBIO n°1: la bottiglia semenzaio”


Metodo bottiglie semenzaio

Batteria autocostruita di bottiglie semenzaio.

Nasce la prima Guida Pratica BIOsCAMBIO relativa ad un nuovo metodo di autoproduzione di piantine da trapiantare nell’orto partendo dal seme (possibilmente autoprodotto) e riutilizzando i vuoti di bottiglie di plastica e di bicchieri monouso.

Il metodo, presentato in anteprima alla 1^ edizione della fiera “Fiori al Castello” di Vicopisano del 19-20 maggio 2012, è tratto dall’ultima installazione – performance del Gruppo “il  jolie intitolato “GUIDA PRATICA BIOsCAMBIO N° 1 – La bottiglia semenzaio” per la serie “AUTOPRODUZIONI ANTICOPYRIGHT” il metodo è stato ideato, messo a punto e documentato da Rosella Federigi (esuviana) e Domenico Vitiello (alias_mimmo) anche componenti del GASeS  (Gruppo di Autoproduzione Solidale e Scambio) di Pisa.

Di seguito viene pubblicato tutto il metodo, passo dopo passo, in 42 diapositive e che viene rilasciato dagli autori  stessi nel PDA – Pubblico Dominio Antiscadenza  (anticopyright e antilicenza) per “rinuncia volontaria ai diritti d’autore”.

Per scaricare il file  cliccare sull’icona della rotellina in basso al filmato scegliendo il formato da salvare, mentre è possibile vedere su Youtube  la versione video della guida pratica e…buona visione!

24. maggio 2012 by alias_mimmo
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BIOsCAMBIO alla Fiera “FIORI AL CASTELLO” a Vicopisano (PI)

Il prossimo appuntamento di BIOsCAMBIO

per il baratto di semi, piantine, tuberi e quant’altro

è per la 1^ ediz. della Fiera

 “FIORI AL CASTELLO” 

nella piazza del suggestivo borgo medioevale di

VICOPISANO (PI)

da Sabato 19  a Domenica 20 maggio 2012

16. aprile 2012 by alias_mimmo
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BIOsCAMBIO alla Fiera “E’ la via dell’orto” presso Camaiore (LU)

°°°°°°°°°°°

BIOsCAMBIO parteciperà alla  III^ edizione di

“È  LA VIA DELL’ORTO”

con il baratto di semi  in via Vittorio Emanuele n. 214

nel Centro Storico di CAMAIORE – (LU)  

da Sabato 14 aprile  a Domenica 15 aprile 2012

°°°°°°°°°°°°°°°°°°

BIOsCAMBIO  è la nuova proposta per chi pratica l’autoproduzione agricola sia essa biologica, biodinamica e/o sinergica, a carattere familiare, finalizzata all’autoconsumo e promuove  lo scambio solidale e gratuito di semi, piantine ed altro materiale propagativo.

BIOsCAMBIO vuole essere la rete dei nuovi GASeS (Gruppi di Autoproduzione Solidale e di Scambio), a carattere locale, per il baratto di semi e ortaggi autoprodotti per l’autosostentamento.

BIOsCAMBIO è per l’autogestione, è fondato sull’anticopyright del PDA (Pubblico Dominio Antiscadenza)  della “Rinuncia volontaria ai diritti d’autore” e crede nei valori dello “scambio senza fini di lucro“.

Siete tutti invitati a partecipare al baratto dei vostri semi e piantine e, perché no, anche dei vostri utili consigli per coltivare al meglio con i metodi biologici e naturali.

A presto. 

http://www.bioscambio.it

http://www.bioscambio.it/forum

______________________________________________________________________________

BIOsCAMBIO RINGRAZIA TUTTI COLORO CHE HANNO PARTECIPATO ALL’INIZIATIVA, INVITANDO CIASCUNO A CONTINUARE LA PROPRIA COLLABORAZIONE  ISCRIVENDOSI AL SITO E CONTRIBUENDO AD ALLARGARE LA RETE DEGLI SCAMBI.


08. aprile 2012 by alias_mimmo
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La denuncia del dott. Pietro Perrino dell’IGV (Istituto di Genetica Vegetale) di Bari

(Vedi anche video-intervista al dott. Pietro Perrino)

LETTERA APERTA

E’ un’emergenza: la Banca del Germoplasma di Bari è ad altissimo rischio!
I semi di 84.000 campioni di piante agrarie ed affini d’inestimabile valore stanno morendo

Banca del Germoplasma di Bari
La Banca del Germoplasma del CNR di Bari, fondata nel 1970, si trova in una condizione di altissimo rischio. È l’unica in Italia, la seconda in Europa e tra le prime dieci nel mondo su un totale di 1470. Conserva 84.000 accessioni (campioni) di germoplasma, appartenenti a più di 60 generi e più di 600 specie di piante coltivate e specie selvatiche affini (parenti strette di quelle coltivate), minacciate da erosione genetica e/o estinzione. Lo scopo di questa lettera è di evidenziare l’importanza del germoplasma per l’agricoltura, l’alimentazione e l’ambiente, e conseguentemente di far comprendere perché sono nate le banche del germoplasma, perché la Banca del Germoplasma di Bari è ad altissimo rischio e perché bisogna intervenire per salvarla.

Germoplasma, rivoluzione verde, sistemi agricoli e perdita di agrobiodiversità
Il germoplasma vegetale conservato nelle banche di germoplasma è costituito principalmente da semi di vecchie varietà di cereali, leguminose, ortive, foraggiere e piante medicinali. Questo patrimonio genetico è stato reperito in tutto il mondo, principalmente nei Centri di Origine delle piante coltivate (aree geografiche dove le piante coltivate sono state addomesticate per la prima volta) perché minacciato da erosione genetica e/o estinzione. Le vecchie varietà, in realtà, sono  delle popolazioni (insieme di individui geneticamente diversi appartenenti alla stessa specie), ritenute non molto produttive, ma caratterizzate da una base genetica larga, che a partire dalla Rivoluzione Verde (anni Quaranta e Cinquanta) sono state sostituite da varietà moderne (costituite da individui geneticamente molto simili), ritenute più produttive, ma caratterizzate da una base genetica molto ristretta e concepite per sistemi agricoli industriali, ad alto impatto ambientale e/o alto input energetico (arature profonde ed uso eccessivo di fertilizzanti chimici, antiparassitari, erbicidi, irrigazioni, ormoni ed altri inquinanti, uso della monocoltura, ecc.). Con la Rivoluzione Verde i sistemi agricoli industriali hanno incominciato a prevalere su quelli tradizionali, oggi ribattezzati sistemi ecocompatibili o sostenibili ed a basso impatto ambientale e/o basso input energetico (arature poco profonde, uso moderato di irrigazioni, ricorso a fertilizzanti naturali, lottabiologica ai parassiti delle piante e controllo delle malerbe con metodi naturali, uso di prodotti poco o non inquinanti, pratica della policoltura, ecc.). La Rivoluzione Verde ha spazzato via una miriade di vecchie varietà sostituendole con poche varietà moderne, determinando una notevole perdita di agrobiodiversità. Si calcola che, specialmente nei Paesi più interessati dalla Rivoluzione Verde, sono scomparse per sempre dal 60 al 90% delle vecchie varietà delle piante agrarie più comuni.

L’agricoltura biologica produce quanto se non di più dell’agricoltura industriale
È ormai noto che produrre di più con i sistemi agricoli industriali non significa affatto realizzare un reddito più alto. Produrre di più può anche costare ed inquinare di più. Ma è vero che serve produrre di più? Il problema della fame nel mondo (con’è noto) è più un problema di distribuzione del cibo e della ricchezza che un problema di quantità di alimenti. Inoltre, recenti studi di gruppi di ricerca internazionali, confermati dalla FAO, mostrano che le aziende agricole che adottano sistemi a basso impatto ambientale, come l’agricoltura biologica, producono quanto se non di più delle aziende agricole che adottano sistemi ad alto impatto ambientale. Pertanto, quando si afferma che la Rivoluzione Verde era l’unico modo per aumentare le rese (produzioni per ettaro) e quindi l’unico modo per evitare ulteriori disboscamenti si dicono delle grandi bugie. Le produzioni per ettaro possono essere aumentate anche con tecniche agricole a basso impatto ambientale. È un fatto ormai incontestabile. Eppure, c’è ancora chi si ostina a voler difendere la Rivoluzione Verde, enfatizzando l’incremento delle produzioni agricole ottenuto. Non è nemmeno vero che con la Rivoluzione Verde sono diminuiti disboscamento e deforestazione. L’incremento nel mondo della deforestazione, della perdita di biodiversità e della monocoltura, alimentato dalle multinazionali, con la collaborazione di cattivi governi e gruppi di ricerca che ricevono finanziamenti, è un fenomeno abbastanza noto e di cui se ne parla sempre e molto, anche se si fa ben poco per ridurlo o bloccarlo completamente. Una cosa è certa: il futuro appartiene a forme di agricoltura biologica a basso impatto ambientale.

Selezione, domesticazione, serbatoio di risorse genetiche, banche di germoplasma
Gli agricoltori, per millenni, dall’origine dell’agricoltura (10.000 anni fa), attraverso la selezione (evoluzione sotto domesticazione), hanno creato migliaia di varietà adatte a sistemi agricoli a  basso impatto ambientale, hanno cioè aumentato l’agrobiodiversità e creato un serbatoio di risorse genetiche vegetali che, come già detto, la Rivoluzione Verde ha drasticamente impoverito e che senza le attività di salvaguardia delle banche di germoplasma sarebbe stato completamente eroso.
La Rivoluzione Verde, responsabile dello sviluppo di sistemi agricoli industriali ad alto impatto ambientale e basati sulle monocolture (coltivazione di un’unica specie ed un’unica varietà di piante su grandi estensioni) e l’uso di varietà molto omogenee, rappresenta una minaccia continua alla biodiversità, sia di quella conservata ex situ (nelle banche di germoplasma) sia di quella conservata in situ (aree di origine). È per questo che quasi tutte le banche di germoplasma sono state fondate negli anni Sessanta e Settanta, cioè subito dopo che organismi internazionali, come la FAO, e studiosi di tutto il mondo, incominciarono a notare e denunciare l’alta erosione genetica determinata dalla Rivoluzione Verde. Infatti, all’epoca, gli studiosi evidenziarono un terribile paradosso: da un lato i breeders (miglioratori di piante agrarie) per creare nuove varietà avevano (ed hanno) bisogno di diversità genetica (fonte di geni) e dall’altro la coltivazione delle loro varietà, caratterizzate da una base genetica ristretta, determinavano (e determinano) erosione genetica (perdita di diversità genetica). Di qui la necessità di creare le banche di germoplasma.

Importanza delle risorse genetiche vegetali
La variabilità o diversità genetica contenuta nelle vecchie varietà conservate nelle banche di germoplasma è una risorsa dal valore inestimabile, è la materia prima da cui partire per selezionare o costituire varietà adatte a sistemi agricoli ecocompatibili, resistenti alle malattie, avversità ambientali e cambiamenti climatici, inclusa la desertificazione, siccità o scarsità d’acqua, oggi un problema planetario. Questa diversità genetica, negli anni Cinquanta e Sessanta, cioè non appena si incominciò a notare che la Rivoluzione Verde causava perdita di agrobiodiversità, è stata in parte reperita e conservata nelle banche di germoplasma con il fine di poterla salvare da un’ulteriore erosione genetica o estinzione e di poterla utilizzare come materia prima necessaria a continuare l’incessante lavoro di miglioramento genetico delle piante agrarie. Oggi, si sta pensando di fare miglioramento genetico partecipato, cioè miglioramento genetico insieme agli agricoltori produttori e consumatori. Le banche di germoplasma ,ancor più di prima, dovrebbero poter partecipare, fornendo le risorse indispensabili a cogliere l’obiettivo.

Cosa sarebbe successo senza le banche di germoplasma
Se, durante la Rivoluzione Verde, questa diversità genetica non fosse stata raccolta e preservata (conservata ex situ) nelle banche di germoplasma, si sarebbe persa per sempre ed oggi non potrebbe essere più reperita, perché non più presente nelle aree di origine. La Rivoluzione Verde avrebbe vanificato completamente il lavoro di millenni degli agricoltori. Le banche di germoplasma conservando una parte rappresentativa dell’agrobiodiversità, creata dagli agricoltori nel corso di millenni, hanno dato un notevole ed importante contributo alla riduzione della perdita della biodiversità delle principali piante agrarie, avvenuta principalmente nei paesi industrializzati e più interessati dal fenomeno della Rivoluzione Verde. La diversità è una risorsa per il futuro di tutti.

Arrivano gli OGM: un’altra minaccia alla biodiversità ed alle banche di germoplasma
Le minacce alla biodiversità sono aumentate con l’avvento della Seconda Rivoluzione Verde (anniNovanta), cioè quella dell’ingegneria genetica o degli organismi transgenici o geneticamente modificati (OGM). La lobby delle multinazionali vede la diversità genetica in generale ed in modo particolare quella preservata nelle banche di germoplasma come un ostacolo alla diffusione e/o introduzione delle varietà di piante transgeniche. Varietà ancora più omogenee di quelle prodotte dalla prima Rivoluzione Verde e quindi per definizione ancora più vulnerabili alle malattie, ai cambiamenti climatici e meno adatte alla Policoltura e sistemi agricoli ecocompatibili.

Le banche di germoplasma nel mondo sono a rischio
Tutto ciò spiega perché, in generale, le 1470 banche di germoplasma del Pianeta soffrono per mancanza di sostegno politico e scientifico, e quindi di finanziamenti necessari al mantenimento e valorizzazione della diversità genetica conservata nelle banche di germoplasma. Fanno eccezione 11 dei 15 centri del CGIAR (Gruppo Consultativo sulla Ricerca Agricola Internazionale) che sono delle vere e proprie banche di germoplasma (conservano ca. 650.000 accessioni di piante agrarie, foraggiere e forestali). Si tratta di centri internazionali finanziati da paesi sviluppati e pertanto privilegiati rispetto alle banche genetiche nazionali. Fa ancora eccezione la recentissima Banca del germoplasma di Svalbard (Svalbard Global Seed Vault, situata sull’isola norvegese di Spitsbergen, e ufficialmente aperta il 26 febbraio 2008), in quanto è finanziata, così si dice, dalle grandi compagnie. Questa banca ha chiesto o proposto ai diversi paesi detentori di risorse genetiche vegetali (in pratica ai paesi sedi di banche di germoplasma) di conservare un campione delle loro risorse nella banca di Svalbard (definita anche Arca dell’Agricoltura). È una delle altre trovate per continuare a drenare risorse da paesi meno sviluppati (ma ricchi di risorse) a paesi più sviluppati, già debitori (ecologicamente parlando) nei confronti dei paesi meno sviluppati. Ma è anche una strategia per trasferire il controllo del germoplasma di tutte le banche alle multinazionali.

Perché la Banca del Germoplasma di Bari è a rischio
Nel 2002, la ristrutturazione del CNR (Decreto Legislativo 30 gennaio 1999, n. 19, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 29 del 5 febbraio 1999), inopinatamente è stato messo a rischio il germoplasma della Banca di Bari. Grazie all’intervento dell’ex P.M. dott. Marco DINAPOLI della Procura della Repubblica di Bari, la Banca è sopravvissuta dal 2004 al 2009. L’ex P.M. aveva accertato, attraverso il suo Consulente Tecnico prof. Andrea FILIPPETTI, che le collezioni di germoplasma, come conseguenza di una cattiva gestione della Banca da parte del CNR, avevano subito un notevole danno, consistente in un significativo ed irreversibile abbassamento della germinabilità (vitalità) di un’alta percentuale dei semi, cioè nella morte di un elevato numero di semi di ciascun campione di tutte le collezioni e significativo invecchiamento precoce di molti semi rimasti vivi e ancora recuperabili attraverso una loro rigenerazione. Pertanto, nel decreto di dissequestro, del 26.10.2009, dell’ex P.M., la prescrizione più stringente è di provvedere immediatamente alla rigenerazione di tutte le collezioni, pena la morte di tutti i semi.

Le attuali autorità giudiziarie hanno ignorato le relazioni della Consulenza Tecnica
Purtroppo, il nuovo P.M. dott. XX ed il suo GIP dott. YY hanno archiviato il procedimento penale per ipotesi di danneggiamento dei semi, istruito dall’ex P.M. dott. DINAPOLI. In pratica, il GIP YY su richiesta del Procuratore Aggiunto, XX, ha archiviato il suddetto procedimento concludendo che non c’è dolo (art. 635 del c.p.) e non c’è danno (art. 452 del c.p.), vanificando così il lavoro svolto dal Consulente Tecnico sull’all’accertamento del danno. Inoltre, revocando la custodia giudiziaria dei “campioni dei semi di riferimento”, cioè della prova del reato, ha tolto ogni possibilità a chiunque di confermare o di smentire i risultati della Consulenza Tecnica. Insomma, i semi stanno morendo, c’è un’emergenza, ma viene archiviato tutto ed eliminata la prova del delitto.
Bocciando, così, anche tutto il lavoro svolto dalla precedente autorità giudiziaria.

Far morire i semi delle banche di germoplasma non è un reato?
In particolare, il GIP ed il P.M. per quanto riguarda il danno, sulla base dell’art. 452 del c.p., concludono che non si può parlare di danno perché il germoplasma non è equiparabile ad un prodotto medicinale. Pertanto, per queste autorità giudiziarie, se distruggessimo (con o senza dolo) tutti i semi di tutte le collezioni (oltre sei milioni di accessioni) di tutte le banche di germoplasma del Pianeta (1470) non commetteremmo alcun danno e quindi alcun reato.

Le autorità giudiziarie della Procura di Bari ignorano anche le leggi sul germoplasma
Ciò significa, ancora, che la Legge 6 aprile 2004, n. 101 “Ratifica ed esecuzione del Trattato internazionale sulle risorse fitogenetiche per l’alimentazione e l’agricoltura”, scaturita dalla Convenzione sulla Diversità Biologica del 1993, per le autorità giudiziarie di Bari sarebbe un optional. I miliardi pubblici investiti per creare le banche di germaplasma e gli stipendi pagati ai ricercatori e personale tecnico per il mantenimento e l’utilizzazione del germoplasma sarebbero stati spesi inutilmente. La Legge n. 101, invece, sottolinea l’importanza delle banche di germoplasma.

Una storia assurda, ma vera
E’ una storia che è iniziata nel 1999, con la ristrutturazione del CNR, e realizzata nel 2002, con la fusione dell’Istituto del Germoplasma (Banca del Germoplasma) del CNR di Bari con altri quattro piccoli centri del CNR, di Portici (NA), Palermo, Firenze e Perugia, non interessati alla conservazione del germoplasma, ma all’ingegneria genetica e produzione di piante transgeniche.
Questa fusione, come già detto, scatenò ovviamente una serie di problemi alla Banca del Germoplasma. È nata così una storia che a fasi alterne e discontinue ha visto anche l’interessamento di politici, studiosi italiani e stranieri, inclusi alcuni organismi internazionali (FAO) e alcune associazioni di categoria. Purtroppo il loro interessamento è servito a nulla. Infatti, le battaglie non sono riuscite ad evitare la fusione e il risultato è stato che il 30.11.2009 la Banca del Germoplasma, dopo 5 anni di sequestro (dedicati alla riparazione e manutenzione straordinaria degli impianti del freddo delle camere di conservazione e accertamento del danno subito dalle collezioni di semi), con l’esecuzione del decreto di dissequestro dell’ex P.M. dott. Marco DINAPOLI, del 26.10.2009, è stata restituita al CNR, cioè a chi l’aveva messa a rischio. Non è una storia assurda?

La Regione Puglia e possibili percorsi per salvare la Banca del Germoplasma
L’ex P.M., dott. Marco DINAPOLI, non poteva fare diversamente, cioè non poteva non restituire la Banca al CNR, in quanto nessuno, tranne il CNR, si è fatto avanti con una proposta di acquisizione della Banca. Nel 2009, prima del decreto di dissequestro, la Regione Puglia comunicò all’ex P.M. ed al Presidente del CNR la disponibilità a verificare insieme ad altre strutture presenti sul territorio possibili percorsi atti a garantire la piena funzionalità della Banca del Germoplasma di Bari. Ma, per il P.M., evidentemente, tale dichiarazione di intenti non era sufficiente ad evitare la restituzione della Banca al CNR.

Il CNR sta ignorando le prescrizioni
Il decreto di dissequestro contiene numerose e stringenti prescrizioni, che il CNR sta ignorando. Tra l’altro l’ex P.M. sottolinea che “La gestione del germoplasma iure privatorum è oggi impensabile, alla luce dell’evoluzione della normativa internazionale, statale e regionale”, alludendo al Trattato Internazionale FAO, alla Legge italiana 6 aprile 2004, n. 101, al disegno di legge regionale sulla tutela delle risorse genetiche ed al fatto che la proprietà del germoplasma è di chi ha le capacità e la volontà di conservarlo e valorizzarlo. Quindi il germoplasma non è necessariamente di proprietà del CNR, vista la cattiva gestione e la messa a rischio. In altri termini, i semi, unici e rari, conservati nelle 1470 banche di germoplasma sparse nel mondo sono patrimonio dell’umanità.

Tavolo tecnico della Regione Puglia
Purtroppo, il tavolo tecnico sulla problematica della Banca del Germoplasma, voluto dal Presidente della regione Puglia, Nichi VENDOLA, ed avviato nel 2008 dal suo Capo di Gabinetto Avv. Francesco MANNA, a causa dei numerosi impegni relativi alla chiusura e riapertura della legislatura del 2010 ha subito una battuta d’arresto. Di conseguenza, il disegno di legge regionale sulla tutela delle risorse genetiche non è stato tradotto in Legge e l’interesse della Regione per salvare la Banca del Germoplasma, attraverso un nuovo PROGETTO GERMOPLASMA, proposto dalla Regione, con il coinvolgimento di altre istituzioni locali interessate, non si è concretizzato.
Anche perché il CNR invece di presentare alla Regione proposte credibili in tal senso, ha chiesto solo fondi, ignorando così la volontà più volte manifestata dal Governatore Vendola.

L’archiviazione ha significato l’annullamento delle prescrizioni
La conseguenza più grave del decreto di archiviazione, del GIP YY, non è tanto il fatto che non essendoci dolo la fa franca chi ha messo a rischio le risorse genetiche, ma il fatto che sono decadute le prescrizioni, tra cui, la più importante: l’immediata rigenerazione delle collezioni di germoplasma. L’archiviazione del procedimento ed il conseguente annullamento delle prescrizioni hanno vanificato, come già detto, tutte le attenzioni poste dalla precedente autorità giudiziaria ed il lavoro svolto dalla Consulenza Tecnica per accertare il danno subìto dalle collezioni di germoplasma sequestrate. Non solo, in pratica è come se l’attuale autorità giudiziaria avesse suggerito al CNR di stare tranquillo e di non preoccuparsi delle prescrizioni ed in particolare della rigenerazione del germoplasma che sta morendo.

A parte la questione materiale, scientifica ed economica c’è quella politica e morale
Al di là del dolo, del danno subito dalle collezioni di germoplasma e delle leggi che sottolineano l’importanza per l’umanità delle risorse genetiche vegetali, conservate nella Banca del Germoplasma di Bari, come è possibile che l’autorità giudiziaria della Procura della Repubblica  presso il Tribunale di Bari non si sia posta minimamente il problema di salvare almeno i semi che non sono ancora morti? Cioè di salvare il salvabile? Che cosa succederà se i semi della Banca di Bari moriranno completamente? Come reagirà la collettività che nella Banca del Germoplasma ha investito tempo, energie e denaro? Chi verificherà se il CNR salverà i semi o li farà morire? È possibile che il destino dei semi della Banca di Bari non interessi alle istituzioni? Che cosa impedisce a queste d’intervenire?

Conclusioni
Data l’importanza del germoplasma vegetale per l’agricoltura, l’alimentazione e l’ambiente, e considerato che miliardi di semi di 84.000 campioni, provenienti da tutto il mondo, stanno morendo e che però si possono ancora salvare con un’immediata rigenerazione, la Regione Puglia e tutte le istituzioni pubbliche e private, direttamente ed indirettamente legate al settore agricolo, alimentare, ambientale, economico, sociale, nonché politico e morale, dovrebbero intervenire per salvare la Banca del Germoplasma di Bari.

Dottor Pietro PERRINO
Bari, 23 settembre 2010

Dott. Pietro PERRINO, Dirigente di Ricerca del CNR, già Direttore dell’Istituto del Germoplasma del CNR di Bari. Indirizzo: Via S. F. Hahnemann, 2 – 70126 Bari (Italy)
Tel/fax: 0805484406; cell. 3391915903; e-mail: 
pietro.perrino4@gmail.com

12. marzo 2012 by alias_mimmo
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